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Torre Piscinnì Risulta attiva nel 1595. Venne costruita per iniziativa del mercante Pietro Porta insieme alla torre del Budell, di Porto Escuro e Las Ganas.
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Torre di Chia La Torre di Chia, costruita in arenaria a 45 metri sul livello del mare, presenta mura esterne di blocchi squadrati provenienti dall'antica città di Bithia e ciottoli dalla costa.
Con una base di 10 metri per lato, la torre ha mura spesse 2,5 metri, una scala interna, e un ingresso a 5 metri dal suolo.
Attiva dal 1594, aveva una guarnigione che comprendeva comandante, artigliere e soldati con 2-3 cannoni.
Venne restaurata nel 1988-90 ed è gestita oggi dalla Conservatoria delle Coste.
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Capo Torre
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Torre di Pittinurri
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Torre su Puttu
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Torre di Cala Pira Nel 1806, la Torre di Cala Pira era presidiata da una guarnigione composta da un Alcaide, un artigliere e tre soldati.
L'arsenale della torre comprendeva due cannoni da calibro 8, con sei palle per tali cannoni e altre 19 palle di calibro 8, insieme a sette palle di calibro 6.
Vi erano anche due cugni di mira e due cavaburri astati, uno dei quali dotato di cucchiaio di rame.
La dotazione comprendeva tre battipalle astati con le rispettive lanate, tre spingarde con i loro cavalletti e due bacchette da spingarda con i relativi cavaburri.
La polvere da sparo ammontava a 182 libbre, mentre le palle da schioppo pesavano 2 libbre, accompagnate da 20 pietre focaie e 72 fiaschetti da fuoco.
Tra gli strumenti difensivi vi erano quattro spuntoni astati, sei schioppi, una fiaschetta per la polvere da sparo, due spilletti o aghi e quattro baionette.
La guarnigione disponeva inoltre di un cilindro, una bilancia di rame, un treppiede, otto manuali per l'uso delle armi, una bomba, una giarra, due barili per l'acqua e un cannocchiale. Era presente una scala di legno di libano, un libro da registro e due libri di istruzioni.
La torre, però, richiedeva interventi urgenti di riparazione. Il prospetto della torre era in rovina, e la Santa Barbara, destinata alla custodia delle munizioni, risultava particolarmente danneggiata, poiché vi pioveva abbondantemente, mettendo a rischio l'integrità delle munizioni.
Lo sternito della torre, recentemente rifatto, non era adeguato: in assenza di tavoloni, i cannoni rimanevano bloccati a causa del pessimo stato del lastricato. I cannoni necessitavano di essere ingrassati, uno dei più grandi era inutilizzabile e anche i cugni di mira risultavano ormai inservibili.
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Torre di Frigiano
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Forte Santa Vittoria
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Torre di San Vittorio Il Forte di San Vittorio o Torre di San Vittorio è situato nella parte più orientale dell’isola di S. Pietro, più precisamente all’entrata del porto, a un chilometro dal centro cittadino di Carloforte, su una collina situata in una località indicata come ‘Spalmatore di dentro’ o ‘Spalmadoreddu’ che permette l’avvistamento delle torri di Portoscuso e Calasetta.
La sua costruzione iniziò nel 1768 grazie alle indicazioni progettuali dell'ingegnere Augusto de la Vallée e la direzione iniziale del Cavalier Belgrano di Famolasco, che nel febbraio del 1768 andò sull’Isola di San Pietro per avviare la costruzione con i primi livellamenti.
La Torre era inclusa nella vasta rete di opere fortificate erette dal governo sabaudo nel periodo tra il tardo XVIII e il primo XIX secolo, e aveva assunto un ruolo di rilevanza nella difesa costiera antifrancese di San Pietro. Era un forte dotato un tempo di cannoni di grosso calibro in grado di impedire l’accesso al porto di grandi navi o lo sbarco nella vicina pianura.
È detto anche Torre san vittorio per la caratteristica forma a cilindro. Vi sono anche due avancorpi posizionati a “forbice” usati per la difesa da attacchi di truppe da terra.
La costruzione subì diverse trasformazioni ed integrazioni sino ai primi dell’ottocento, epoca in cui assunse questa forma attuale.
Realizzato in blocchi di trachite locale, è costituito da un piano seminterrato, un piano terra ed un piano primo. È formata da tre torrioni addossati ad una torre centrale di dimensioni maggiori con scala esterna ed è servita internamente da un corridoio che percorre l’intero perimetro dell’ambiente centrale, il quale è coperto da una piccola cupola. Tre ambienti di forma quadrangolare, illuminati da aperture strombate, sono posizionati nei punti in cui il volume centrale e quelli addossati si sovrappongono.
Nel 1899 la Regia Università di Cagliari lo converte in osservatorio astronomico; il presidio mantiene questa funzione sino agli anni ’70 del Novecento.
Il Forte di San Vittorio è oggi sede culturale ed accoglie il Museo Multimediale omonimo, che in collaborazione con il Mu.MA, Istituzione Musei del Mare e delle Migrazioni di Genova racconta la storia dell’isola di San Pietro e della sua popolazione.
È stato restaurato poco prima dell’apertura del Museo multimediale, inaugurato per l’appunto nel 2016. L’interno della torre ospita attualmente un percorso espositivo diviso in tre livelli, ognuno con una tematica diversa: al piano terra viene descritta l’origine geologica del territorio dell’isola, al piano primo l’epoca nuragica e romana e all’ultimo piano l’evoluzione del tessuto urbano esistente fino all’arrivo dei coloni nel 1738.
La Torre di San Vittorio è stato dichiarato Bene di interesse Culturale dalla Soprintendenza ABAP Cagliari e Oristano, giusta declaratoria n.1 del 11/01/2010.
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Torre Su Loi
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Torre di Calasetta La torre di Calasetta sorge nel centro urbano di Calasetta, all’estremità nord-occidentale dell’isola di Sant’Antioco. Edificata su un rilievo roccioso a 28 metri sul livello del mare, la torre controlla un ampio tratto di costa e costituisce ancora oggi uno degli elementi più riconoscibili del paesaggio urbano del borgo sulcitano.
La costruzione della torre risale al periodo sabaudo e precede la fondazione del centro urbano. I lavori vengono avviati nel marzo del 1756 e conclusi nel giugno del 1757, nell’ambito del programma difensivo promosso dal governo dei Savoia per rafforzare il controllo delle coste della Sardegna contro le incursioni barbaresche e il contrabbando. La presenza della fortificazione assume un ruolo determinante nella successiva fondazione di Calasetta, avvenuta nel 1770 con l’insediamento dei coloni tabarchini provenienti dall’isola tunisina di Tabarka.
La torre svolge una funzione prevalentemente militare e di controllo territoriale e produttivo.
Inserita nella rete delle torri di vigilanza costiera della Sardegna sabauda, infatti, garantisce la comunicazione visiva con la torre di Portoscuso e permette il monitoraggio delle rotte marittime tra il Sulcis e l’isola di San Pietro, garantendo un rapido sistema di segnalazione verso le altre postazioni difensive del territorio.
Nel 1767 la Torre era munita di 2 cannoni, 1 spingarde e 3 fucili. Inoltre, sebbene la Torre di Calasetta non sia direttamente connessa all'attività della tonnara di Calasetta – anche detta di Perdas Nieddas –, entrambe le strutture si inseriscono nel più ampio progetto sabaudo di controllo e urbanizzazione dell'isola di Sant'Antioco. La torre garantisce la sicurezza delle coste e delle nuove comunità tabarchine insediate nel territorio, mentre la tonnara costituisce uno dei principali tentativi di sfruttamento economico delle risorse marine locali. In tale prospettiva, difesa militare e attività produttive appaiono come elementi complementari del processo di colonizzazione e organizzazione del paesaggio costiero sulcitano nel XVIII secolo.
Nel corso dell’Ottocento la struttura perde progressivamente la propria funzione militare. Con il Regio Decreto n. 3786 del 25 aprile 1867, Vittorio Emanuele II ordina il disarmo delle torri e dei presidi fortificati sardi . Acquistata dal Comune di Calasetta nel 1875, la Torre di Calasetta viene destinata a nuovi usi civili e culturali.
Dal punto di vista architettonico, la Torre di Calasetta presenta una pianta circolare e una forma troncoconica, con un diametro esterno di 15,40 metri . La fabbrica raggiunge un’altezza di circa dieci metri ed è costruita con conci di trachite, accuratamente lavorati, con integrazione di blocchi basaltici . L’ingresso, a una quota di 6,50 metri dal suolo, è caratterizzato da un’apertura ad arco a sesto ribassato realizzato in conci d’arenaria .
Gli ambienti interni sono distribuiti su due livelli, di cui quello a terra contiene un terrapieno e la cisterna dell’acqua , collegati da scale interne e culminano nella terrazza sommitale.
Nel corso del Novecento la torre viene sottoposta a interventi di recupero e valorizzazione che ne assicurano la conservazione, viste le gravi condizioni di conservazione attestate già nel 1909 nei documenti della Soprintendenza. In particolare, è attestato un intervento di restauro nel 1950. Inoltre, nel 1986 la Soprintendenza esprime parere favorevole per un intervento di modifica delle aperture, in particolare per garantire un’uscita di sicurezza posizionata sotto la scala.
Oggi ospita una raccolta archeologica dedicata alla storia del territorio e spazi destinati a mostre temporanee e iniziative culturali promosse dal Museo d’Arte Contemporanea di Calasetta (MACC).
Attualmente la Torre di Calasetta è facilmente raggiungibile percorrendo le vie del centro storico. La sua posizione panoramica permette di osservare il porto, il borgo tabarchino e il tratto di mare che collega le principali isole del Sulcis. Aperta al pubblico come spazio museale, rappresenta una delle principali attrazioni culturali del territorio.
La sua presenza documenta il rapporto tra difesa, controllo del territorio e nascita degli insediamenti umani, conservando la memoria storica delle comunità che si sviluppano attorno ad essa dalla seconda metà del Settecento fino ai giorni nostri.
Il bene è vincolato ope legis, essendo di proprietà pubblica.
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Torre di Cala Fighera
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Torre della Scafa La Torre della Scafa, nota anche come Torre della Quarta Regia, si trova nel punto di collegamento tra lo stagno di Santa Gilla e il mare.
Tale importante posizione strategica permetteva e garantiva il contatto visivo con le fortificazioni della città di Cagliari e con altre torri costiere.
Edificata all’inizio del XVII secolo su un preesistente struttura aragonese, il ruolo della torre consisteva principalmente nel far da guardia alle peschiere della laguna, fungendo anche da sede di gabellieri incaricati di esigere la quarta parte del pescato, riservata alla Corona (da qui nasce il nome “Torre della Quarta Regia”).
Il tributo della quarta regia risale almeno alla metà del XIV secolo, come attestato dall'opera “Compartiment de Cerdena”. Venne abolito solo negli anni Cinquanta del XX secolo da una legge regionale.
La torre operava anche nel contrasto alla pesca di frodo e allertando i miliziani presenti in città in caso di assalto da parte dei corsari Barbareschi.
Nel 1721, a seguito della presa di possesso del Regno da parte dei Savoia, la torre venne ritenuta superflua e inadeguata a resistere ad attacchi di artiglieria navale e per questo abbandonata.
Successivamente, in concomitanza col bombardamento francese del 1793, il sito venne presidiato da una compagnia di volontari cagliaritani capitanati da Vincenzo Sulis, i quali montarono dei cannoncini al fine di scongiurare possibili casi di sbarco.
A seguito di una violenta mareggiata nel 1898, la Torre della Scafa venne gravemente danneggiata e fu ricostruita con notevoli modifiche. Le operazioni di restauro continuano tutt’oggi. Gli ultimi interventi risalgono al 2014 e sono stati diretti ad adattare la struttura a vari usi (per un periodo è stato sede di un ufficio dell’Assessorato Regionale all’ambiente). Le caratteristiche originarie della torre vennero così compromesse.
Attualmente la torre è inutilizzata e, così come l’area circostante, necessiterebbe di un'azione di recupero e valorizzazione.
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Torre di Perdusemini La torre del Prezzemolo, sita nel promontorio di Sant’Elia, presenta alla base un diametro di 4.50 metri circa e un’altezza di 7, mentre la muratura è costituita da materiale calcareo.
Attraverso lo studio delle fonti bibliografiche ed archivistiche è stato
possibile ricostruirne l’evoluzione storica.
Realizzata a partire dal 1282, è una delle prime torri costiere della Sardegna di cui si hanno testimonianze storiche. Denominata “Torre de las Salinas” nelle mappe seicentesche, “torre di santo Stefano” nella cartografia settecentesca e “torre Perdusemini” (del Prezzemolo) a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, è nota ancora oggi con quest’ultimo nome.
La torre venne costruita per il controllo del promontorio di Sant’Elia, venne gestita dall’Amministrazione delle torri a partire dal 1581 sino al 1842, alternando periodi di attività e di abbandono.
Inizialmente unica torre costiera di Sant’Elia, venne poi inserita in un sistema di difesa più complesso, grazie alla costruzione a partire dal XVI secolo delle torri di Calamosca, di Cala Fighera e in ultimo di Sant’Elia.
Le quattro torri erano dislocate strategicamente per la sorveglianza della zona. Il promontorio di Sant’Elia è un esempio utile a comprendere come il sistema di difesa operasse su due fronti: la protezione del territorio da
minacce esterne, la prevenzione di tensioni interne.
Dalla torre del Prezzemolo era infatti possibile avere una visione d’insieme del circondario, soprattutto in direzione del Lazzaretto.
La vicinanza tra i due luoghi ha dato vita all’ipotesi che la torre fosse utilizzata per controllare nessuno si avvicinasse al mare senza autorizzazione sanitaria.
Un ulteriore dettaglio a sostegno di questa tesi è dato dal fatto che in alcune fonti del XVIII secolo venisse chiamata, oltre che torre di Santo Stefano, anche "del Lazzaretto".
Dalle fonti documentarie presenti nell’archivio della Soprintendenza
Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna sono emersi vari aspetti riguardanti l’evoluzione architettonica e le pratiche di restauro adottate nel sito durante il corso degli anni.
Il primo documento che attesta un interesse da parte della Soprintendenza alla conservazione della torre è la relazione di un sopralluogo avvenuto nel 1916, che comprendeva anche il vicino forte di Sant’Ignazio.
Il primo intervento di restauro risale però al 1967, con il consolidamento della roccia sul quale poggiava la torre, grazie alla realizzazione dei contrafforti ancora visibili.
Seguono poi alcuni interventi di restauro negli anni Duemila: il primo nel 2002 con un insieme di azioni volte alla pulizia della muratura e al consolidamento delle strutture; il secondo nel 2012 con un restauro conservativo.
Un dato importante che emerge dalle fonti presenti nell’archivio della Soprintendenza è quello relativo ad alcuni articoli di giornale datati al 1970. Tra questi merita particolare attenzione l’articolo del 26 febbraio 1977 della rivista “Tutto quotidiano” dal titolo “I militari se ne vanno?”.
Si parla della richiesta da parte di associazioni turistiche e dei cittadini di demilitarizzare la zona di Sant’Elia, compresa anche la torre del Prezzemolo.
La richiesta del 1970 nasce dal desiderio dei cittadini di riappropriarsi di una spazio di interesse storico e paesaggistico, ma anche identitario.
Attraverso la lettura dell’articolo è possibile fare una riflessione in relazione ai tempi moderni. La torre del Prezzemolo si trova infatti oggi in condizioni di grave abbandono, seppur visitabile.
Recuperare il sito architettonico dandogli nuovi usi e significati, seppur preservandone l’autenticità, significherebbe ancora oggi per la comunità
riconoscersi in esso.
L’articolo 2 della Convenzione di Faro dice: ” l’eredità culturale è un insieme di
risorse ereditate dal passato che le popolazioni identificano, indipendentemente da chi ne detenga la proprietà, come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, in continua evoluzione.
Essa comprende tutti gli aspetti dell’ambiente che sono il risultato del
l’interazione nel corso del tempo fra le popolazioni e i luoghi”6. La valorizzazione della torre non può essere limitata ad una visione di puro restauro architettonico, ma deve necessariamente inserirsi in un progetto di tutela e valorizzazione del più ampio e complesso sistema di torri costiere presenti nell’isola.
La torre del Prezzemolo si inserisce in un contesto ricco di itinerari culturali, dati dalla presenza di ulteriori siti di grande interesse storico-architettonico, come per esempio il forte di Sant’Ignazio. Lo sviluppo di un percorso che metta insieme tutti questi elementi architettonici e storici permetterebbe la nascita di un processo più ampio di recupero culturale di un intero sito paesaggistico.
È necessario quindi che ciò avvenga affinché la popolazione, così come proposto dalla Convenzione di Faro, sia in grado di riconoscersi in quel luogo e possa farne uso.
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Torre di Sant'Elia È una delle quindici torri che risultano già attive nel 1572, secondo quanto riferisce Marco Antonio Camós nella relazione compilata al termine del suo viaggio lungo tutto il periplo della Sardegna.
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Torre del Poetto
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Torre di Mezza Spiaggia La torre sorge sulla spiaggia del Poetto, a circa cinquanta metri dall'Ospedale Marino, affiancata da un gruppo di palme. Sebbene non si conosca l'esatta data di costruzione, la sua presenza nella marina di Quartu è documentata come già storica nel 1578. Le origini del sito sono tuttavia ben più antiche: una prammatica del re Pietro IV d'Aragona del 1355 menziona una "torre delle saline" presidiata da quattro uomini, e nel 1375 il punto di carico delle saline di Cagliari era situato proprio nella "Boca de riu" (foce del fiume), nell'attuale spiaggia del Poetto, allora nota come "Portu Salis". Il nome seicentesco della struttura deriva proprio dalla sua funzione: sorvegliare uno dei canali di alimentazione delle saline di Molentargius, con i torrieri stipendiati direttamente dal villaggio di Quartu.
Insieme alle altre torri del litorale, la struttura fungeva da deterrente contro gli sbarchi nemici diretti verso Quartu, anche se nel XVIII secolo il presidio fu ridotto a un solo soldato. La sua fine operativa si consumò durante lo sbarco francese del 1793, quando fu conquistata dalle truppe rivoluzionarie senza combattere; questo episodio dimostrò l'indifendibilità del sito, portando al suo smantellamento nel 1794 e al definitivo abbandono. Nel secondo dopoguerra, un pesante restauro ne ha alterato l'aspetto, tamponando anche il boccaporto.
Oggi la torre si presenta pressoché integra nella sua forma a tronco di cono, tipica delle piccole strutture costiere di sola osservazione, ma non è visitabile a causa dell'ingresso murato. Le sue dimensioni sono analoghe a quelle delle torri vicine, con un diametro alla base di 6,60 metri e un'altezza di 8,60 metri.
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Torre di Capo San Marco
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Torre di Su Portu
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Torre del Sevo
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Torre di San Giovanni Sinis
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Torre Argentina
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Torre di Bosa La torre venne edificata da parte dei corallari operanti all'inizio del XVI secolo nei mari di Bosa
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Torre di Santa Maria Navarrese Nel 1806, la Torre di Santa Maria Navarrese era presidiata da un Alcaide, un artigliere e tre soldati. L'arsenale della torre comprendeva tre cannoni: uno da calibro 8 e due da calibro 6, tutti con i rispettivi affusti. Vi erano sei cugni di mira, sei manuali, e quattro spingarde, sebbene i loro cavalletti risultassero inservibili. La dotazione includeva cinque fucili, tre cucchiai di rame, due cavaburri, e tre lanate. Era presente anche un mortaretto e 96 palle di cannone. Le munizioni comprendevano tre palle di spingardo e dieci palle di schioppo. La polvere disponibile era di 90 libbre, con quattro meccie libere e due modelli per fare cartocchi.
Altri strumenti includevano una bilancia, una sechia, un caldaio, un treppiede, tre buttafuoco con le loro meccie, tre spille, una scure, una falce, un marrone, e una bomba. Erano disponibili anche due libani.
La torre necessitava di riparazioni urgenti. I cavalletti per le spingarde erano inutilizzabili e la mezzaluna e le garitte erano in condizioni di rovina, causando notevoli disagi alla guarnigione durante i periodi di pioggia.
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Torre di Barì Nel 1806, la torre di Barì era presidiata da un Alcaide e due soldati.
L'arsenale della torre comprendeva due cannoni da calibro 8, accompagnati da sei affusti. Erano presenti anche due spingarde con i loro cavalletti e bacchette. La dotazione comprendeva tre fucili, con ottanta palle per i cannoni, quattro palle per le spingarde e nove palle di fucile.
La polvere era in quantità di 38 libbre, e vi erano due cucchiai di rame, una lanata, quattro baionette e un battipalla. Inoltre, erano disponibili una mecia libra, due banconi, un portavoce (o tromba), un barile per l’acqua, un caldaio, una sechia di rame e sei lanterne di mitraglia. Erano presenti anche sette cugni di mira, una bilancia, un marrone, una falce, una scure, un treppiede, e un libro da registro. Una scala di bosco completava l’equipaggiamento.
La torre necessitava di alcune riparazioni e miglioramenti. Si richiedeva una nuova ambrosura, cioè una struttura di supporto per un cannone, che dovesse dominare il porto dove ancoravano i battelli, poiché gli altri cannoni non erano adeguati a tale scopo. Inoltre, erano necessari libani e un portameccia per smaltare la mezzaluna, che era quasi in rovina.
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Torre Cala d'Arena La Torre di Cala d’Arena ha forma troncoconica, con diametro alla base di circa 12 metri ed ingresso a circa 4,5 m dal suolo attraverso il boccaporto che conduce all’unico vano interno.
Sulla piazza d’armi ancora sono riconoscibili gli alloggiamenti per i cannoni.
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Torre di Cala d'Oliva Nel 1806, la Cala d'Oliva era presidiata da un Alcaide, un Artigliere e tre Soldati.
L'armamento includeva due cannoni, entrambi di calibro 7. Tuttavia, i cugni di mira e le manuelle erano inservibili, con cinque cugni e quattro manuelle che non erano più utilizzabili.
Gli altri materiali includevano un cucchiaio di rame astato, un battipalla, un cavaburro astato, e una lanata anch'essa inservibile. Le spille erano tre, e la polvere ammontava a 85 libbre. Le palle di cannone erano 36, e c'erano sei meccie.
Il materiale da fuoco comprendeva due spingardi con i relativi cavalletti, ma entrambi erano inservibili. Vi erano anche tre schioppi, dieci palle di spingardo e dieci palle di schioppo.
Altri equipaggiamenti includevano cinque baionette, una petriere, un trepiedi, una falce, una scure, un caldaio, una sechia e una giarra.
La Torre di Cala d'Oliva necessitava di diverse riparazioni e sostituzioni nel 1806. Dovevano essere sostituiti due affusti per i cannoni, poiché quelli esistenti erano vecchi e non funzionanti; era necessario il cambio di un fucile; mancava una tromba o portavoce, essenziale per le comunicazioni; occorreva una sechia nuova; erano necessari un caldaio e trepiedi nuovi; la torre necessitava di una scure e una falce nuove.
In aggiunta, erano urgenti le riparazioni di:
- Santa Barbara : La zona di deposito delle munizioni era in rovina.
- Mezzaluna : Anche questa struttura era danneggiata.
- Scala : La scala per accedere alla piazza d’arme era in cattivo stato.
- Pavimento della cucina : Il pavimento della cucina era in rovina.
- Bucaport : Il bucaporto era completamente inservibile.
Queste riparazioni erano essenziali per mantenere la torre operativa e sicura per la guarnigione.
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Torre Nuova
La torre, attualmente all’interno del poligono militare di Capo Frasca, venne costruita tra il 1783 e il 1789. Era presidiata da una guarnigione composta da un alcaide, un artigliere e due soldati.
Nei pressi si trovava anche anche la Torre di Sarbazzai che vigilava sulle cale della Costa Verde, ma oggi è scomparsa.
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Torre di Flumentorgiu La torre di Flumentorgiu sorvegliava l'omonimo scalo, da cui veniva caricato il minerale estratto a Guspini e nei cui pressi veniva calata una rinomata tonnara.
Nel 1761, la guarnigione della torre era composta dall'alcaide Sisino Ledda, di Sestu, 37 anni, con 10 anni di servizio nelle torri, dall'artigliere Francesco Giuseppe Salis, di Neoneli, 36 anni, con 11 anni di servizio, e da tre soldati: Giovanni Antonio Cocco, di Guspini, 50 anni, con 28 anni di servizio; Francesco Rogieri, di Guspini, 40 anni, con 5 anni di servizio; e Pietro Antonio Dida, di Guspini, 40 anni, con soli 20 giorni di servizio
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Torre di Marceddì La torre fu edificata nella seconda metà del Cinquecento (1577) come parte del complesso sistema difensivo costiero voluto da Filippo II di Spagna e gestito dalla Reale Amministrazione delle Torri.
La Torre di Marceddì, situata presso la foce dello stagno omonimo, risorsa economica
fondamentale per la zona, faceva parte di una rete di torri che comunicavano visivamente tra loro.
Attraverso segnali di fumo di giorno e fuochi di notte, la torre scambiava informazioni con la Torre Grande di Oristano e quella di Capo Frasca, contribuendo alla difesa del Golfo di Oristano.
Questa rete di difese proteggeva le attività economiche locali, come la pesca e il commercio.
Oltre a svolgere funzioni di avvistamento e segnalazione, la torre era equipaggiata per la difesa
militare diretta. Armata con cannoni e armi da fuoco, ospitava una piccola guarnigione composta da
un alcaide (comandante), un artigliere e alcuni soldati.
La sua posizione strategica le consentiva di proteggere non solo i pescatori e le attività legate alla pesca negli stagni di Marceddì e Santa Giusta, ma anche di controllare gli accessi alle aree portuali, cruciali per l'economia locale. Fino ai primi anni del XIX secolo, Marceddì fu uno scalo commerciale di gran lunga più attivo persino di Oristano.
La presenza di una dogana suggerisce che il porto di Marceddì rivestisse un ruolo importante nel sistema commerciale del Golfo.
ABBANDONO E RIFUNZIONALIZZAZIONI
La Torre di Marceddì, come molte altre torri della Sardegna, andò incontro a un progressivo declino, fino a essere abbandonata temporaneamente nel 1794. Venne restaurata nel 1810 e riattivata, pur senza riacquisire il suo ruolo centrale nella difesa del territorio.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, la torre venne nuovamente utilizzata come postazione militare. Le sue strutture interne vennero modificate con l’aggiunta di un bunker e di opere di cemento armato, adattandola così alle nuove esigenze difensive contro i possibili sbarchi nemici. Questo intervento comportò una modifica significativa della struttura originale in una fortificazione “moderna”.
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Torre di Punta Giglio
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Torre della Pegna
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Torre del Buru
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Torre del Tramariglio
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Torre Nuova
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Torre di Capo Galera Ha un diametro di 19 metri. La struttura consentiva l'impiego di di tre cannoni a difesa da incursioni di nemici dal mare.
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Torre di Vignola