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Altare maggiore di San Vito L’altare maggiore venne montato all’inizio del XVIII secolo in occasione dell’ammodernamento generale degli arredi della chiesa. Coerentemente con l’acquasantiera e il pulpito marmorei, rispettivamente nella prima cappella a destra sottostante il campanile il primo e addossato sul fianco sinistro della navata il secondo, infatti, si richiese l’intervento dei marmorari Pietro Malcione e Alessandro Frediani, liguri, per la messa in opera del nuovo altare in sostituzione di un precedente altare ligneo. I loro nomi risultano da un documento del 1714 per il pagamento dei lavori del pulpito, databile quindi al 1715 come testimonia l’epigrafe incisa sulla modanatura della base. L’altare, di poco precedente, risponde agli stessi caratteri stilistici. Finemente decorato a intarsi policromi, le lastre frontali, di pregevolissima fattura, riportano motivi fitomorfi a girali, decorazione ripresa nei sopragradi accanto al tabernacolo; nel paliotto centrale, per il quale son registrati gli interventi dello scultore Gerardo da Novi e dello stesso Frediani, è rappresentata, all’interno di un clipeo, la fuga in barca di san Vito. Piuttosto precoce all’interno del panorama artistico sardo, l’altare, riferito dall’iscrizione sulla base al 1711, si deve alla commissione del “curato Piras”; il medesimo è citato, evidentemente come committente generale dei lavori, nell’epigrafe del pulpito ad opera dei suddetti operatori liguri.
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Cappella del sacro Cuore All’interno della chiesa parrocchiale di San Pietro, ai lati della navata centrale, si aprono otto cappelle. La terza a sinistra, di perimetro quadrangolare, è dedicata al Sacro Cuore e conserva sei statuette: la Vergine Maria e San Lussorio, rispettivamente lungo le pareti sinistra e destra; al centro, sopra l’altare, il Cristo con accanto, a sinistra, sant’Ignazio e, a destra, sant’Antonio. La statua del Cristo è rappresentata con vesti d’oro e un manto rosso e, esposta dopo la Pentecoste, rimane in vista per tutto il mese di giugno.
Di interessante lavorazione è la statua rappresentante San Lussorio martire: con vesti militari di stampo spagnoleggiante – gonnellino celeste, armatura e mantellina rossa - , tiene, nella mano sinistra, un libro e, nell’altra, la palma del martirio ed è affiancato da due simulacri simboleggianti i santi Cesello e Camerino, anch’essi con la palma. Entrambi tengono un piccolo libro aperto con su scritti i loro nomi.
L’altare in marmo, datato al 1848, presenta una lavorazione molto ricca con, frontalmente, un motivo decorativo fogliforme bianco e rosso e, sulla parte sottostante, una lastra rosacea e un medaglione circolare decorato con una croce greca bianca e quattro raggi gialli. È l’unico altare della chiesa a essere dotato di un tabernacolo al cui ridosso si apre la nicchia del Sacro Cuore e, sulla cui sommità, appare chiaramente lo stemma pontificale delle due chiavi.
Sia l’altare che i marmi sono stati oggetti di un restauro, a opera della Sovrintendenza dei Beni culturali, nel 2002.
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Fonte battesimale di San Vito Fonte battesimale collocato nella cappella sottostante il campanile, coerente con l'impianto dei restanti arredi marmorei settecenteschi.
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Chiesa di San Costantino
Nell’area in cui oggi si trova il moderno cimitero della frazione di Villagreca, si trovava una più antica area cimiteriale, sviluppatasi intorno a una chiesetta dedicata a San Costantino imperatore.
Il toponimo di San Costantino si conserva nella denominazione della campagna in cui sorge il cimitero e nella strada che collega Nuraminis e Villagreca
Il nome ricorre, inoltre, in un fiumicello che bagnava la zona: Su riu de Santu Antini.
Più fonti paesane ricordano nella zona una sorgente d’acqua potabile, che si raccoglieva in una fonte perenne (banadroxu) e fluiva in un fiumiciattolo che attraversava la strada allora sterrata. Accanto alla fonte si ergeva una pianta d’olivo millenaria e due alte palme che ombreggiavano la zona. Oggi via San Costantino è asfaltata e non rimane né delle piante né della fontana, ma secondo l’anziano sig. Medda la sorgente d’acqua continua ad esistere sotto terra.
Molti paesani ricordano la presenza dei ruderi della chiesa di San Costantino. Alcune pareti diroccate e prive di tetto, sopravvissute fino agli anni ‘60 circa, quando la struttura fu demolita per permettere l’ampliamento del cimitero.
Queste memorie sono supportate da una mappa catastale del 1907, nella quale compare il segno cartografico dell’edificio sacro accanto all’area cimiteriale, e da una foto aerea datata 1954/1955, in cui è visibile una struttura adiacente ad un sagrato.
Grazie alla testimonianza di sig. Medda possiamo, inoltre, avere un’idea della struttura dell’edificio, la quale doveva presentarsi come una tipica chiesetta rurale in pietra arenaria, senza campanile. Gli ingressi erano due: l’entrata principale ad arco a tutto sesto, sormontata da un rosone, e una porticina laterale lignea. Quest’ultima, secondo sig. Quirino, sarebbe quella attualmente collocata nella sacrestia della chiesa di San Vito.
Il tetto a due spioventi era costruito similmente a quello della chiesa di San Lussorio di Nuraminis. Il sagrato si estendeva davanti alla chiesetta ed era delimitato da muretti a secco dall’andamento a tratti rettilineo e curvilineo (come si evince anche dalla foto aerea).
Il sagrato si apriva su via San Costantino, con un cancello d’ingresso ligneo sormontato da una tettoia incannizzada, oggi sostituito da quello moderno.
Un’altra testimonianza del culto di san Costantino sono i quattro frammenti marmorei del ciborio, datati al X secolo, in uno dei quali compare in nome di Costantino Magno.
Questi frammenti sono stati rinvenuti come materiale di reimpiego nella parrocchia di San Pietro di Nuraminis, ma con tutta probabilità appartenevano all’antica chiesetta villagrechese.
Si ha notizia, inoltre, della figura dell’eremitano di San Costantino, un laico che vestiva il saio e curava la chiesa come un sacrista. In particolare le fonti menzionano l’eremitano Jorge Zuddas, che alla sua morte nel 1678 fu sepolto gratuitamente dentro la chiesetta.
Nel campo che si estendeva a nord del complesso veniva celebrata la festa paesana, ricordata negli appunti del defunto sacrista Ernesto Zonca come una festa tanto solenne quanto quella patronale. Le celebrazioni liturgiche avevano luogo il 29 agosto, dopo tre giorni di preghiere; la statua del Santo veniva portata in processione per il paese e intorno alla chiesetta, al suono delle campane, delle launeddas e dei petardi. La festa proseguiva la sera con balli sardi, canti e mottetti, nel piazzale gremito di bancarelle. Infine, l’evento più importante era la corsa dei cavalli (s’ardia).
Queste festività e la frequentazione della chiesa sarebbero entrate in disuso già nel 1800, quando la zona era ormai adibita esclusivamente a cimitero.
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Cappella della Madonna di Bonaria La seconda cappella a destra, stando davanti all'altare maggiore, della chiesa parrocchiale di Nuraminis prende il nome di «Cappella di Bonaria». A livello architettonico è caratterizzata da una volta a botte; al centro della cappella è collocato un altare in marmo bianco con intarsi policromi; la struttura è sopraelevata rispetto al piano del basamento nel cui gradino è scolpito l’anno d’impianto (1830). Nel compartimento vi è un dipinto che raffigura un mare in tempesta sul quale si eleva la lucente visione della Madonna di Bonaria. Nella parte centrale dell’altare è scolpito un medaglione circolare, raffigurante una corona di rose attorno ad una palma.
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Chiesa parrocchiale di San Pietro La chiesa parrocchiale di San Pietro Apostolo in Nuraminis si trova al centro del paese, in una posizione alta che sovrasta il circondario.
La prima attestazione riguardante una chiesa dedicata all’Apostolo nell’area di Nuraminis è databile al XII secolo. È ipotizzabile ricondurre l’attestazione all’opera dei monaci di San Vittore di Marsiglia, impegnati, nel corso del Medioevo, nella fondazione di numerose chiese dedicate a San Pietro in Sardegna. Per giungere a tale riflessione è stata fondamentale la lettura dei testi di Alberto Boscolo e Raimondo Turtas, indicati in bibliografia.
L’edificio attuale fu realizzato però, attraverso varie fasi di ampliamento e restauro, a partire dal XVI secolo.
La chiesa è situata all’interno della diocesi di Cagliari: tale è stata la sua collocazione anche durante il Medioevo e per tutta l’Età Moderna.
A livello strutturale la pianta è a croce latina, con un’unica navata centrale da cui si aprono quattro cappelle per lato e un profondo presbiterio. A destra e a sinistra del presbiterio si trovano due sacrestie. Al lato sinistro della facciata si erge il campanile.
Dal punto di vista architettonico lo stile prevalente è quello di impronta tardo-gotica di origine iberica con le peculiari caratteristiche stilistiche tipiche della Sardegna meridionale. Si può affermare quindi che lo stile predominate è il gotico sardo. Influssi stilistici successivi sono ben visibili sia all’interno che all’esterno dell’edificio.
Il 29 giugno il paese festeggia il suo patrono, San Pietro Apostolo. La festività prevede, almeno dal XIX secolo, anche celebrazioni civili.
La popolazione, per distinguerla dalle altre presenti sul territorio, identifica la chiesa di San Pietro come "sa cresia manna". Tale dato è emerso nel corso del dialogo con la popolazione locale.
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Campanile di San Vito a Villagreca La torre campanaria, a canna quadrata, appare esternamente divisa in due ordini scanditi da una cornice marcapiano. Dalla cella campanaria si aprono finestre ad un’unica luce a tutto sesto e coronamento pieno merlato da cui parte un tamburo ottagonale su cui poggia una piccola cupola.
L'ordine inferiore presenta due luci, una circolare di piccolo formato, e una feritoia; più in alto è posizionato il quadrante dell'orologio.
L'ordine superiore, innesto settecentesco, ospita le cinque campane della chiesa, due delle quali commissionate al maestro campanaro Raphael Scarpinato, la prima tra il 1719 e il 1720 e la seconda nel 1728.
Il maestro fu pagato in diverse date:
- per la prima campana si registrano 375 lire l’8 luglio 1719.
- tra il 6 e il 12 settembre tre pagamenti di 90 lire, 15 soldi e 177 lire, per la fine dei lavori della campana.
- 245 lire e 5 soldi per una nuova campana il 14 maggio del 1722.
Per quel che concerne l’antico orologio da torre di tipo medievale, venne realizzato alla fine del XV secolo in Inghilterra da una bottega che utilizzava materiali in ferro battuto per la costruzione delle strutture portanti dei ruotini. La tipologia di montaggio utilizzata si può rapportare a quella utilizzata dal famoso disegnatore e costruttore del Big Ben di Londra Edmund Denison.
L’acquisto avvenne successivamente nel 1882 per 70 lire, quando fu portato a Villagreca per volontà del rettore della stessa, Giuseppe Maria Serci, il quale sostenne l’onere finanziario insieme a un piccolo contributo della popolazione locale.
Nel 1996 furono eseguiti lavori di restauro del campanile che necessitavano di una impalcatura, così l’orologio, ormai fermo da tempo, venne smontato e restaurato dall’ingegnere Vincenzo D’Agostino, che, a lavori ultimati, elaborò un’accurata relazione storico-tecnica.
Quando si decise di controllare l’orologio per un eventuale riparazione, questo si trovava in un piccolo vano in muratura con una piccola porta in legno, che bloccava in parte l’arcata est del campanile.
Il dispositivo non era più funzionante poiché la struttura risultava danneggiata dalla combinazione corrosiva di lubrificante a base di olio vegetale cotto e polvere e escrementi di volatili.
Completano la torre campanaria le ricche decorazioni dell'ordine superiore, che proseguono sul tamburo ottagonale sul quale imposta il cupolino semisferico. La torre risulta essere un intervento costruttivo più tardo, elevata tra il 1718 e il 1720, anni in cui sono registrati alcuni pagamenti al maestro Salvador Angel Garruchu per un totale di 1950 lire, come da documentazione archivistica.
Il maestro realizzò anche la sottostante Cappella delle Anime.
Le decorazioni a rilievo incastonate nel campanile rimandano allo stile architettonico torinese, giunto in Sardegna negli ultimi decenni del XVIII secolo.
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Palazzo municipale di Nuraminis Il comune di Nuraminis ha sede nella casa municipale, in una costruzione a circa 300 metri da piazza San Pietro.
Nel 1854 il Comune aveva provato a varare la costruzione della nuova casa comunale, inizialmente l’area scelta fu quella di piazza Funtana Manna, ma il comune fu costretto a rinunciare all’acquisto, in quanto la proprietaria, Luigina Batzella, pretendeva un pagamento maggiore rispetto a quello che stabilito dalla perizia giurata dei muratori incaricati dal comune. Nello stesso anno si conclusero le trattative con un uomo di nome Stanislao Sarais.
Nel 1858 fu approvato il progetto stilato dall’architetto Perria, da quel momento il comune si impegnò a reperire i fondi per la costruzione, prima ricevette in prestito una somma dalla commissione montuaria, che comunque non copriva l’intera somma. L’ammontare delle spese venne garantito solo nel 1859 sommando diversi fondi.
Nella seduta del luglio 1861 il comune si impegnò ufficialmente nella costruzione dell’immobile e allo stesso tempo nella cessione della vecchia sede comunale all’azienda mortuaria che lo riceveva, previa riparazione, senza dover alcun’altra somma oltre quella già posta in prestito. Nel 1863 furono approvate le correzioni apportate dell’ing. Giovanni Onnis al progetto della casa comunale per l’aumento di alcuni vani necessari alla giudicatura mandamentale, alla cancelleria di pretura, alle carceri etc. I lavori furono dati in appalto all’impresario Giovanni Battista Melis e furono completati nel 1864, anno dell’inaugurazione. Mentre nel 1865 furono commissionati al pittore Battista Cancedda gli affreschi della sala della giudicatura e del consiglio comunale.
A causa di un errore tecnico nella costruzione del ponte di attraversamento della strada Carlo Felice, nelle giornate molto piovose la piazza antistante il palazzo si riempiva d’acqua proveniente dal ruscello. Il consiglio comunale provò a chiedere l’intervento dell’autorità governativa il 5 luglio 1865 ma dopo due anni fu costretto ad agire in autonomia, e affidò quindi il progetto all’ingegner Giovanni Melis.
Il nuovo palazzo municipale sarà sede di vari servizi e uffici: al primo piano, ospita gli uffici del sindaco, di consiglieri e funzionari municipali, la giudicatura, le carceri mandamentali e la caserma per i carabinieri reali. Al pian terreno, troveranno invece spazio le scuole femminile e maschile, con l’alloggio per la maestra e per l’usciere; due stanze, una per l’esattore e l’altra per il commissario delle esazioni e una piccola caserma per la guardia nazionale. Con un'unica importante costruzione il comune da alloggio a tanti servizi importanti, e può vantare di essere all’avanguardia rispetto a molti altri comuni.
La costruzione del palazzo municipale si inserisce perfettamente in quella che sono le dinamiche sociali del paese, per volere dell’élites paesane si da un forte simbolo di modernizzazione, che viene posto in una zona fino ad allora considerata periferica.
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Statua lignea di San Vito Martire La statua lignea raffigura il santo patrono della parrocchia: San Vito martire. Il culto del santo sembra essere legato alle antiche origini greche della comunità Villagreca .
La statua del martire è collocata all'interno del nicchione centrale del retablo omonimo.
La collocazione del simulacro in origine era però un’altra: proviene verosimilmente dalla perduta chiesa di San Costantino.
La statua si trova stante sul piedistallo e regge con la mano destra la croce e con la sinistra la palma del martirio.
Il vestiario suggerisce una tendenza innovatrice da parte dello scultore. Infatti, il Santo non indossa vesti da gentile romano come da tradizione iconografica, ma abiti di moda secentesca. Inoltre, si può supporre che presentasse in origine la tipica decorazione ad estofado de oro.
Attraverso la consultazione di un Inventario della parrocchia redatto fra il 1916 e il 1935, è possibile risalire all’artista che ha realizzato la scultura: «San Vito martire, all’Altare maggiore, con testa che si attribuisce al […] Lonis». La scultura, nello specifico la testa, può essere così attribuita a Giuseppe Antonio Lonis, celebre scultore attivo in Sardegna nel secondo Settecento.
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Acquasantiera di San Costantino Nata dal reimpiego di elementi architettonici della distrutta chiesa di San Costantino, l'acquasantiera sembra ottenuta dall'assemblaggio moderno di un catino, decorato esternamente con bacellature verticali e fregio pisciforme nella parte concava, e di un pilastrino seicentesco ornato a onde, bande e strigliature di gusto arcaicizzante.
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Pulpito marmoreo di San Vito Il pulpito di semplice struttura poligonale sorretta da colonna è decorato con tarsie policrome a motivi fitomorfi. Incastonato al centro della lastra frontale si trova un clipeo in marmo bianco recante l'effige di San Vito su un nimbo, in abiti da gentile romano.
Il pulpito, così come l'altare, è opera attestata dei marmorari Pedro Malcioni e Aleandro Frediani, come ci comunica l'epigrafe lungo la modanatura "HOC SVGESTV EXTRVI: FECIT R.A. CNO.ATO D PIRAS.NO 1715" fu terminato e installato nel 1715.
Colpisce per la sua finezza il sontuoso tornavoce barocco intagliato da Tomaso Recupo, ornato da volute, fiori e festoni, dorato nello stesso anno da Sisinnio Lay.
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Retablo di San Vito Il retablo, grande macchina lignea barocca, è posizionato sul fondo del presbiterio, in area absidale, ed insiste sul settecentesco altare marmoreo.
È parte integrante dell'altare maggiore della chiesa. Riccamente decorato con motivi fitomorfi, è suddiviso in tre scomparti scanditi da colonnine modanate con capitelli compositi; la trabeazione è sormontata da una cornice fortemente aggettante che separa l'ordine inferiore dal fastigio sovrastante.
Termina la parte sommitale il frontone spezzato tra volute a “S”, che incornicia visivamente, in posizione retrostante, una piccola edicola timpanata. La nicchia centrale, coperta con volta cassettonata a rosette, ospita il simulacro del Santo proveniente dalla distrutta chiesa di San Costantino.
I due scomparti laterali, coerentemente con la lunetta del fastigio, contenevano verosimilmente le pale pittoriche oggi perdute e sostituite da pannelli riempitivi. La superficie del retablo, interamente intagliato e dorato, presenta uno strato pittorico omogeneo di colore verde con lumeggiature color oro; completano la decorazione teste di putti e festoni.
Ancora conservata è l’iscrizione AÑO 1759 A 27 DE 7BRE PRIOR + ANTONIO BONFIL CL(AVERO) PEDRU PORCEDDU CURAVIT ZONQUELLO, che ci permette di datare precisamente l’opera.
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Volta affrescata chiesa di San Vito Affresco
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Lettiga dell'Assunta Manufatto
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Chiesa parrocchiale di San Vito La chiesa di San Vito e la storia di Villagreca.
La chiesa parrocchiale di Villagreca, dedicata a San Vito, fu edificata in posizione decentrata rispetto al primo nucleo abitato del paese. Gli scavi archeologici condotti al suo interno permettono di ricostruire parte della storia dell’insediamento.
Tra il XIV e il XVI secolo, l’intera Sardegna fu colpita da carestie ed epidemie che causarono una forte contrazione demografica e lo spopolamento di numerosi centri abitati. Tra questi eventi si ricorda la devastante peste del 1348, diffusasi in tutta Europa.
Nel 1355 il sovrano Pietro IV d’Aragona concesse in feudo la “villam vocatam greca” ai signori Sanjust, come ricompensa per il loro sostegno, come attestato da un documento conservato nell’Archivio della Corona d’Aragona. Successivamente, nel 1414, gli stessi feudatari ordinarono il ripopolamento del paese.
Si ipotizza che il primo insediamento sorgesse a circa un chilometro dall’attuale centro, nei pressi della chiesa bizantina di San Costantino, e che sia stato rifondato nella posizione attuale nella seconda metà del XVI secolo. Gli studi archeologici suggeriscono che la chiesa di San Vito sia stata costruita nei primi decenni del XVII secolo, anche se non è possibile stabilire una data precisa per mancanza di indagini sulla stratigrafia più antica.
L’edificio appare imponente rispetto alle dimensioni del paese. Secondo lo studioso Marcello Schirru, la sua costruzione avvenne sotto la direzione dell’arcivescovado, come dimostrano sia lo stile architettonico aggiornato all’epoca sia l’ingente investimento necessario. Gli storici dell’arte datano le parti più antiche agli ultimi decenni del XVI secolo, sulla base di elementi tardogotici tipici del sud Sardegna.
Caratteristiche architettoniche.
La chiesa è realizzata in stile sardo-catalano e presenta una struttura longitudinale a navata unica, suddivisa in tre campate tramite archi a diaframma ogivali.
L’analisi dell’iconografia rivela diverse fasi costruttive:
- Il presbiterio e le due campate adiacenti appartengono all’impianto originario, introdotto in Sardegna alla fine del XIII secolo dagli ordini religiosi e utilizzato per circa cinque secoli.
- Il presbiterio ha pianta quadrangolare ed è coperto da una volta stellare con liernes e tiercerons, decorata da cinque gemme pendule. Quella centrale raffigura San Vito, mentre le altre presentano motivi vegetali.
- I costoloni e gli archi della volta poggiano su peducci decorati con i simboli dei quattro evangelisti, secondo una consuetudine del tardo Cinquecento.
- Il disegno stellare richiama modelli renano-castigliani e imita esempi cagliaritani del primo Cinquecento. Tuttavia, secondo Schirru, non è possibile stabilire una precisa contemporaneità tra questa volta e l’impianto originario.
- Le due cappelle laterali dell’ultima campata, con volta a botte, sono databili tra la fine del XVI e il primo terzo del XVII secolo.
La facciata, rimaneggiata nel Settecento, è semplice e liscia, con portale centrale sormontato da un alveolo classicista con conchiglia e statuina di San Vito, finestra rettangolare sovrastante.
Sul lato destro si trova la torre campanaria, allineata con la facciata.
Arredi
All’inizio del XVIII secolo la chiesa fu dotata di arredi marmorei, allora diffusi soprattutto nelle cattedrali:
- fonte battesimale datato 1705,
- altare con paliotto decorato a tarsie policrome con scena della fuga di San Vito.
Sono presenti anche:
- candelieri lignei dorati del Seicento,
- crocifisso doloroso,
- lettiga dell’Assunta.
Sull’altare maggiore si trova un retablo decorato con motivi vegetali e una statua di San Vito proveniente dalla chiesa di San Costantino, da cui proviene anche un’acquasantiera.
In una nicchia laterale è collocata la statua di San Raffaele con Tobiolo.
Tra gli oggetti in argento (Seicento-Settecento) figurano: lampada, secchiello per acqua benedetta,
turibolo e navicella, calice e pisside, sandali dell’Assunta.
Questi manufatti furono realizzati da artigiani cagliaritani (tra cui Salvatore Cosseddu e Giuseppe Lampis) e maestri genovesi. L’insieme testimonia il passato benessere economico del paese e i rapporti con importanti centri artistici.
Restauri
La chiesa fu oggetto di numerosi interventi:
1901: primo restauro documentato (campanile, volta, pavimento; costo 922,50 lire).
1954: lavori al campanile e sostituzione dell’orologio.
1965: abbassamento del pavimento del sagrato.
1974: manutenzione generale.
Negli anni più recenti:
1995: consolidamento del campanile.
1997, 1999, 2001: restauro completo (intonaci, marmi, rinforzi murari, impianti, adeguamento liturgico).
2003-2005: rifacimento della pavimentazione (intervento contestato dalla popolazione).
L’adeguamento del presbiterio, necessario per le norme del Concilio Vaticano II, fu particolarmente complesso. Fu inoltre installata una bussola lignea all’ingresso per mitigare gli sbalzi termici.
Recentemente il Comune di Nuraminis ha finanziato lavori sul sagrato, non ancora definitivi.
Sepolture
Dopo il Concilio di Trento era consentito seppellire i defunti in chiesa (non davanti all’altare), dietro pagamento. Questo privilegio era riservato alle famiglie più abbienti.
Le sepolture avvenivano spesso senza casse, con i corpi sovrapposti e avvolti in sudari. I resti ritrovati sono accompagnati da oggetti devozionali (medaglie, croci, rosari).
La navata e gli spazi funerari, costruiti su terreno friabile, risalgono probabilmente alla prima metà del Seicento. I Quinque libri (1643–1853) documentano sepolture sia interne che esterne alla chiesa, anche se del cimitero esterno non resta traccia.
Dal XVIII secolo si diffuse l’uso del cimitero presso la chiesa di San Costantino, poi consolidato dopo il 1800 con l’Editto di Saint Cloud. Nel tempo il pavimento originario in cotto fu sostituito con ardesia (fine Seicento), ulteriori modifiche avvennero nel Settecento per facciata e campanile, causando danni alle aree funerarie, furono probabilmente riutilizzati materiali della chiesa di San Costantino. Le sepolture interne continuarono fino al 1850. Nel 1901, durante un restauro, metà del pavimento fu sostituita e probabilmente furono rimossi gli ultimi resti umani.
CULTI ORIENTALI
Il nome Villagreca è tradizionalmente collegato alla presenza di una colonia greca (La Marmora, 1917). Tuttavia non esistono prove di insediamenti greci in epoca romana, né di colonie durante il dominio spagnolo. Il toponimo è attestato già nel 1337, quindi precedente agli Aragonesi. Il termine villa indica un piccolo insediamento rurale di origine latina. Secondo uno studiso locale del secolo scorso, Armando Batzella, l’origine del paese risalirebbe all’VIII secolo, durante le persecuzioni iconoclaste dell’Impero bizantino. Molti monaci fuggirono verso la Sardegna, dove fondarono monasteri basiliani. Attorno a questi si svilupparono insediamenti, tra cui Villagreca (“villa dei greci”). Queste considerazioni non sono fondate su fonti accessibili, ma sono mere supposizioni.
Questi monaci diffusero culti orientali, ancora visibili oggi devozione a San Costantino (non canonizzato dalla Chiesa cattolica), iscrizioni greche in chiese vicine (Nuraminis, Villasor, Donori, Assemini).
Nel territorio restano tracce toponomastiche in località San Costantino, “Su riu de Santu Antini” e “Su cungiau de is paras” (zona ricca di fichi e ulivi), ulivi millenari di varietà “oliva di Smirne”, distrutti da incendio.
Ancora oggi sopravvivono tradizioni di origine greca, come il pane pasquale decorato con uova.
Navata, sepolture e pavimentazione
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Crocifisso doloroso Scultura
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Statua lignea di Sant'Elena Sant'Elena è rappresentata in piedi su un piedistallo e, come da tradizione medievale, regge con la mano destra la croce.
Le vesti, policromate, sono caratterizzate da decorazioni dorate, probabile imitazione della tecnica decorativa estofado de oro, mentre il capo è coperto da un manto bianco.
La resa anatomica è scarsa, in quanto le mani sono troppo grandi in proporzione al resto del corpo.
La figura è regida, mossa solo da uno scarto in avanti del piede sinistro.
Questi segnali inducono a collocare l'opera nel XVII secolo in ambito di produzione locale.
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Il sito di Segafenu Il sito di Segafenu, storicamente noto come Arruinalis de Segavenu, sorge a 135m s.l.m. nell’area dell’ex stagno di Nuraminis su via Donori, a 3 km a sud-est dal centro abitato. Fino alla metà del 1900 era presente nella zona una fonte d’acqua conosciuta come Sa Mitza de Segafenu, il cui rivolo defluiva in un piccolo fiume nel territorio di Samatzai.
Nel 1997 la Soprintendenza archeologica di Cagliari vi individuò un sito pluristratificato suddiviso in strutture megalitiche, presumibilmente riferibili a un nuraghe complesso, che si articolerebbe anche al di sotto della collinetta artificiale su cui giacciono le rovine.
Al nuraghe faceva capo un abitato, la cui esistenza è testimoniata dal rinvenimento di materiale da costruzione fittile e litico: il materiale fittile risale al calcolitico (III millennio a.C.), al bronzo medio (dal 1600 a.C.), all’età punica e di età romana. I grossi blocchi litici visibili si presentano danneggiati dall’utilizzo dei mezzi agricoli.
Per quanto riguarda le epoche successive, dei diplomi medievali attestano nella curatoria di Nuraminis il villaggio (villa) chiamato Segafè (o Segaffe), che nel 1355 e nel 1358 aveva come signore Pietro de Costa. Nel secolo successivo lo ritroviamo appartenente alla curatoria di Bonavoja, sotto la signoria di Nicolò da Caciano.
Secondo John Day il sito fu presumibilmente abbandonato tra il 1455 e il 1476, in seguito alle gravi guerre, carestie e pestilenze dei decenni precedenti. La località viene menzionata insieme a Sehutas in un processo civile agli inizi del 1500, con il quale don Giovanni Bellit y Aragall rivendicò e ottenne la proprietà dei salti delle due ville distrutte.
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Gruppo ligneo di Tobiolo e l'angelo Il gruppo scultoreo, realizzato con materiali lignei, è collocato nella nicchia laterale alla destra rispetto all’ingresso della parrocchia. Disposto su un modesto basamento ligneo, esso rappresenta l'episodio veterotestamentario dell'incontro fra il giovane Tobia e l'arcangelo Raffaele.
La statua dell’arcangelo Raffaele, che segue i canoni dell’iconografia classica, è attribuita al celebre scultore settecentesco Giuseppe Maria Lonis. L’andamento delle vesti e il leggero scarto laterale del corpo rispetto all’asse donano alla statua un senso di movimento.
Il braccio destro levato verso l'alto suggerisce che la statua in origine reggesse un’asta, oggi andata perduta. La sopravveste indossata dall’Angelo è colorata in azzurro e decorata con fiori dorati. Invece, la sottoveste è decorata con motivi floreali rossi su sfondo bianco. I lineamenti del volto oggi sono resi inespressivi dalla perdita dei bulbi oculari vitrei.
Con il braccio sinistro l’Angelo protegge il piccolo Tobiolo, raffigurato in fattezze semplici e con indosso una veste bianca.
In realtà, Tobiolo è una raffigurazione di San Giovannino, integrato al gruppo scultoreo nella prima metà del Novecento per volontà dell’arcivescovo di Cagliari Ernesto Maria Piovella. L’arcivescovo aveva richiesto, durante una visita pastorale, l’unione delle due statue lignee, pena l’interdizione della statua raffigurante l’Arcangelo. Infatti, in un inventario della parrocchia redatto fra il 1916 e il 1935, le due statue lignee sono segnalate come due sculture distinte e non come gruppo scultoreo.
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Statua lignea di Santa Barbara La statua lignea di Santa Barbara è collocata nel lato sinistro della navata della parrocchia. Il materiale è legno intagliato, policromato e dorato.
La posizione della santa è conforme all’iconografia tradizionale: con la mano destra tiene la palma, mentre con la mano sinistra, protesa verso l’alto, regge la torre. Entrambi gli oggetti sono simbolo del suo martirio.
Santa Barbara porta una veste celeste dai bordi dorati, cinta in vita da una fascia durata. Le mani, troppo grandi, rivelano una scarsa attenzione per l’anatomia da parte dell’artista. Tale sproporzione e altre caratteristiche stilistiche inducono a ricondurre la paternità della statua ad una bottega sarda locale del XVII secolo.
Come diverse altre statue della parrocchia, la presenza della statua viene segnalata nell’Inventario redatto in un periodo circoscritto fra il 1916 e il 1935.