Chiesa parrocchiale di San Vito
Contenuto
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tipologia
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architettura gotico-barocca
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Descrizione
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La chiesa di San Vito e la storia di Villagreca.
La chiesa parrocchiale di Villagreca, dedicata a San Vito, fu edificata in posizione decentrata rispetto al primo nucleo abitato del paese. Gli scavi archeologici condotti al suo interno permettono di ricostruire parte della storia dell’insediamento.
Tra il XIV e il XVI secolo, l’intera Sardegna fu colpita da carestie ed epidemie che causarono una forte contrazione demografica e lo spopolamento di numerosi centri abitati. Tra questi eventi si ricorda la devastante peste del 1348, diffusasi in tutta Europa.
Nel 1355 il sovrano Pietro IV d’Aragona concesse in feudo la “villam vocatam greca” ai signori Sanjust, come ricompensa per il loro sostegno, come attestato da un documento conservato nell’Archivio della Corona d’Aragona. Successivamente, nel 1414, gli stessi feudatari ordinarono il ripopolamento del paese.
Si ipotizza che il primo insediamento sorgesse a circa un chilometro dall’attuale centro, nei pressi della chiesa bizantina di San Costantino, e che sia stato rifondato nella posizione attuale nella seconda metà del XVI secolo. Gli studi archeologici suggeriscono che la chiesa di San Vito sia stata costruita nei primi decenni del XVII secolo, anche se non è possibile stabilire una data precisa per mancanza di indagini sulla stratigrafia più antica.
L’edificio appare imponente rispetto alle dimensioni del paese. Secondo lo studioso Marcello Schirru, la sua costruzione avvenne sotto la direzione dell’arcivescovado, come dimostrano sia lo stile architettonico aggiornato all’epoca sia l’ingente investimento necessario. Gli storici dell’arte datano le parti più antiche agli ultimi decenni del XVI secolo, sulla base di elementi tardogotici tipici del sud Sardegna.
Caratteristiche architettoniche.
La chiesa è realizzata in stile sardo-catalano e presenta una struttura longitudinale a navata unica, suddivisa in tre campate tramite archi a diaframma ogivali.
L’analisi dell’iconografia rivela diverse fasi costruttive:
- Il presbiterio e le due campate adiacenti appartengono all’impianto originario, introdotto in Sardegna alla fine del XIII secolo dagli ordini religiosi e utilizzato per circa cinque secoli.
- Il presbiterio ha pianta quadrangolare ed è coperto da una volta stellare con liernes e tiercerons, decorata da cinque gemme pendule. Quella centrale raffigura San Vito, mentre le altre presentano motivi vegetali.
- I costoloni e gli archi della volta poggiano su peducci decorati con i simboli dei quattro evangelisti, secondo una consuetudine del tardo Cinquecento.
- Il disegno stellare richiama modelli renano-castigliani e imita esempi cagliaritani del primo Cinquecento. Tuttavia, secondo Schirru, non è possibile stabilire una precisa contemporaneità tra questa volta e l’impianto originario.
- Le due cappelle laterali dell’ultima campata, con volta a botte, sono databili tra la fine del XVI e il primo terzo del XVII secolo.
La facciata, rimaneggiata nel Settecento, è semplice e liscia, con portale centrale sormontato da un alveolo classicista con conchiglia e statuina di San Vito, finestra rettangolare sovrastante.
Sul lato destro si trova la torre campanaria, allineata con la facciata.
Arredi
All’inizio del XVIII secolo la chiesa fu dotata di arredi marmorei, allora diffusi soprattutto nelle cattedrali:
- fonte battesimale datato 1705,
- altare con paliotto decorato a tarsie policrome con scena della fuga di San Vito.
Sono presenti anche:
- candelieri lignei dorati del Seicento,
- crocifisso doloroso,
- lettiga dell’Assunta.
Sull’altare maggiore si trova un retablo decorato con motivi vegetali e una statua di San Vito proveniente dalla chiesa di San Costantino, da cui proviene anche un’acquasantiera.
In una nicchia laterale è collocata la statua di San Raffaele con Tobiolo.
Tra gli oggetti in argento (Seicento-Settecento) figurano: lampada, secchiello per acqua benedetta,
turibolo e navicella, calice e pisside, sandali dell’Assunta.
Questi manufatti furono realizzati da artigiani cagliaritani (tra cui Salvatore Cosseddu e Giuseppe Lampis) e maestri genovesi. L’insieme testimonia il passato benessere economico del paese e i rapporti con importanti centri artistici.
Restauri
La chiesa fu oggetto di numerosi interventi:
1901: primo restauro documentato (campanile, volta, pavimento; costo 922,50 lire).
1954: lavori al campanile e sostituzione dell’orologio.
1965: abbassamento del pavimento del sagrato.
1974: manutenzione generale.
Negli anni più recenti:
1995: consolidamento del campanile.
1997, 1999, 2001: restauro completo (intonaci, marmi, rinforzi murari, impianti, adeguamento liturgico).
2003-2005: rifacimento della pavimentazione (intervento contestato dalla popolazione).
L’adeguamento del presbiterio, necessario per le norme del Concilio Vaticano II, fu particolarmente complesso. Fu inoltre installata una bussola lignea all’ingresso per mitigare gli sbalzi termici.
Recentemente il Comune di Nuraminis ha finanziato lavori sul sagrato, non ancora definitivi.
Sepolture
Dopo il Concilio di Trento era consentito seppellire i defunti in chiesa (non davanti all’altare), dietro pagamento. Questo privilegio era riservato alle famiglie più abbienti.
Le sepolture avvenivano spesso senza casse, con i corpi sovrapposti e avvolti in sudari. I resti ritrovati sono accompagnati da oggetti devozionali (medaglie, croci, rosari).
La navata e gli spazi funerari, costruiti su terreno friabile, risalgono probabilmente alla prima metà del Seicento. I Quinque libri (1643–1853) documentano sepolture sia interne che esterne alla chiesa, anche se del cimitero esterno non resta traccia.
Dal XVIII secolo si diffuse l’uso del cimitero presso la chiesa di San Costantino, poi consolidato dopo il 1800 con l’Editto di Saint Cloud. Nel tempo il pavimento originario in cotto fu sostituito con ardesia (fine Seicento), ulteriori modifiche avvennero nel Settecento per facciata e campanile, causando danni alle aree funerarie, furono probabilmente riutilizzati materiali della chiesa di San Costantino. Le sepolture interne continuarono fino al 1850. Nel 1901, durante un restauro, metà del pavimento fu sostituita e probabilmente furono rimossi gli ultimi resti umani.
CULTI ORIENTALI
Il nome Villagreca è tradizionalmente collegato alla presenza di una colonia greca (La Marmora, 1917). Tuttavia non esistono prove di insediamenti greci in epoca romana, né di colonie durante il dominio spagnolo. Il toponimo è attestato già nel 1337, quindi precedente agli Aragonesi. Il termine villa indica un piccolo insediamento rurale di origine latina. Secondo uno studiso locale del secolo scorso, Armando Batzella, l’origine del paese risalirebbe all’VIII secolo, durante le persecuzioni iconoclaste dell’Impero bizantino. Molti monaci fuggirono verso la Sardegna, dove fondarono monasteri basiliani. Attorno a questi si svilupparono insediamenti, tra cui Villagreca (“villa dei greci”). Queste considerazioni non sono fondate su fonti accessibili, ma sono mere supposizioni.
Questi monaci diffusero culti orientali, ancora visibili oggi devozione a San Costantino (non canonizzato dalla Chiesa cattolica), iscrizioni greche in chiese vicine (Nuraminis, Villasor, Donori, Assemini).
Nel territorio restano tracce toponomastiche in località San Costantino, “Su riu de Santu Antini” e “Su cungiau de is paras” (zona ricca di fichi e ulivi), ulivi millenari di varietà “oliva di Smirne”, distrutti da incendio.
Ancora oggi sopravvivono tradizioni di origine greca, come il pane pasquale decorato con uova.
Navata, sepolture e pavimentazione
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IL CULTO DI SAN VITO
Il patrono dell’agglomerato è San Vito, mentre la vecchia chiesa dove oggi si trova il cimitero era intitolata a San Costantino. Entrambi appartenenti al culto greco e considerati santi dalla tradizione della chiesa d’Oriente.
Il culto di San Vito si diffuse in tutta Europa in particolare nel medioevo.
Secondo la tradizione il martire nacque a Mazara del Vallo, in Sicilia, da genitori pagani.
Egli appartiene ai quattordici Santi Ausiliatori, così chiamati perché proteggevano gli abitanti di una città da qualsiasi pericolo.
Il giovane Vito, rimasto orfano di madre, fu affidato alla nutrice Crescenza e in seguito al pedagogo Modesto, i quali lo educarono alla fede Cristiana. Sin dalla tenera età iniziò a compiere piccoli prodigi.
Quando l’imperatore Diocleziano iniziò le persecuzioni contro i cristiani, il padre di Vito cercò di persuaderlo all’abiura, non riuscendoci lo denunciò al preside locale per farlo arrestare, ma la prigionia non sortì alcun effetto e venne scarcerato.
Rientrato a casa, il padre cercò allora di farlo sedurre, ma non ottenne l’effetto desiderato.
Il preside tentò di arrestarlo nuovamente, ma il pedagogo Modesto ebbe una visione del Signore in cui gli ordinava di fuggire con una barca insieme a Vito e Crescenza; questi fuggirono e giunsero nel Cilento e poi in Lucania, dove il giovane Vito si distinse nel fare prodigi. Qui fu trovato dalle milizie dell’imperatore, venne arrestato e condotto presso Diocleziano il quale, avendo udito delle sue capacità di guaritore, voleva che guarisse il figlio, malato di epilessia. Vito guarì il giovane, ma si rifiutò di compiere sacrifici agli dèi e l’imperatore dispose che fosse torturato tramite immersione nella pece bollente, da cui però ne uscì illeso.
Da qui il racconto nella tradizione dei Martirologi aggiunge elementi leggendari: secondo un aneddoto Vito sarebbe riuscito a ridurre all’obbedienza dei leoni che avrebbero dovuto sbranarlo all'interno di un'arena; successivamente sarebbe stato appeso insieme a Modesto e Crescenza a un cavalletto per tirare le ossa, ma la terra tremò e tutti fuggirono, compreso l’imperatore. All’improvviso apparvero degli angeli che liberarono i tre prigionieri e li portarono in Lucania, dove morirono per le torture subite.
Il culto di San Vito si diffuse non solo per la sua giovane età (tra i dodici e i diciassette anni), ma per le sue capacità di guaritore della epilessia, della corea (malattia che provoca movimenti incontrollati del corpo da cui il nome “ballo di San Vito”), dell’insonnia, della catalessi e della possessione demoniaca. Divenne anche il protettore dei calderai, ramai e bottai quando si diffuse la notizia che il santo era stato messo in un calderone di pece.
Nel 2002 in seguito a un restauro della pavimentazione della chiesa, sono state trovate sepolture e strutture murarie che vennero analizzate tramite un’indagine archeologica; l’uso delle sepolture interne alle chiese era diffusa nel XVII secolo.
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Riferimenti bibliografici
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Rossi, N. & Meloni, S. (a cura di), "Villa dei Greci. Una Villagreca inedita tra storia, archeologia ed arte", Dolianova: Grafiche del Parteolla, 2007
Mons. Porru, L. "Il culto di san Costantino a Villagreca e in Sardegna: Novità storiche e archeologiche", Mudu, M. (a cura di), Grafica del Parteolla, Dolianova, 2018
Batzella, A. " Nuraminis attraverso i secoli. Storia e tradizioni", Salice, G. (a cura di), Grafica del Parteolla, Dolianova, 2018
Piras, G. "I santi venerati in Sardegna", Scuola tipografica Francescana, Convento San Mauro, Cagliari, 1958
Archivio Storico Diocesano di Cagliari, Q.L. 72/1 "Libro dei morti" 1643-1686, CC. 141
Archivio Storico Diocesano di Cagliari, Q.L. 72/6 "Libro dei morti" 1842-1853, CC. 102
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https://staging.notedipastoralegiovanile.it/images/Santi_e_Testimoni/San_Vito.pdf
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https://hdl.handle.net/11584/76354
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Autore della scheda
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Luna Caria
Modificato da: Alessandra Usai
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Data schedatura
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2019
Data modifica: 17/05/25
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Date and/or Time
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1550
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1750
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Copertura territoriale
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Comune di Villagreca, frazione di Nuraminis.