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Epigrafe per la dedicazione della parrocchiale L'epigrafe, incisa su supporto marmoreo, è posta nella parrocchiale di San Pietro, nel pilastro tra terza e quarta cappella del lato destro.
La lastra presenta forma di cartiglio: ha il vertice superiore destro e quello inferiore sinistro arrotolati verso l'interno ed al centro è ondulata.
Nel vertice superiore sinistro è riprodotto lo stemma araldico, comprensivo di motto, di monsignor Paolo Maria Serci, arcivescovo di Cagliari.
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Cappella delle anime del Purgatorio La cappella delle anime del purgatorio, detta in sardo 'de is ànimas', è la prima cappella che incontriamo sulla sinistra entrando nella chiesa parrochiale di San Pietro a Nuraminis.
Risulta essere la cappella con il soffitto più basso tra tutte, poiché su di essa insiste la maestosa torre campanaria. Alla vista risulta molto sobria.
Risalente probabilmente alla prima metà del XVII secolo, è abbastanza disadorna, ma al suo interno vanta un pregevole Cristo ligneo deposto e un altare marmoreo di altrettanto pregio. Sono anche presenti due sepolture, una delle quali conserva le spoglie della nobildonna Giovanna Angela Pes. Le spoglie sono coperte da una lastra marmorea grigia sulla quale è incisa l’epigrafe dedicata alla donna.
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Oratorio Madonna del Rosario Tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, in seguito all’editto di Pio V che istituì la Confraternita del Rosario, fu edificato l’oratorio sul sagrato della parrocchia.
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Dipinto di Sant'Isidoro Collocato sulla parete destra del coro, il quadro raffigura Sant'Isidoro in ginocchio, in preghiera, sotto un albero. Isidoro è il santo protettore e patrono degli agricoltori. È molto venerato nel Campidano. Nacque in Spagna nell'XI secolo e proprio lì si diffuse, secoli dopo, il suo culto.
Nel dipinto alle spalle del santo si nota un giogo di buoi condotto da due angeli. La scena riprende uno dei miracoli più celebri di cui si narra nelle agiografie del santo. L'opera è firmata da "E. Mura".
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Presbiterio Il presbiterio della chiesa di San Pietro è databile verso la fine del ‘500 e i primi del ‘600, in linea con i lavori effettuati sulla facciata nel 1634, affidati al costruttore Giuliano Taris.
Esso ha una pianta quadrangolare, è lungo 15 metri ed ampio 60 metri quadri; si trova su un piano rialzato rispetto alla navata centrale e vi si accede attraverso una scalinata in marmo di 3 gradini. Per delimitare il vano, vi è una balaustra in marmo policromo, posta parallelamente all’altare, la quale si interrompe centralmente dividendosi in due cancelletti decorati con due medaglioni riportanti le chiavi di San Pietro incrociate.
Il presbiterio presenta una copertura con volta a crociera che si regge su 4 archi a sesto acuto, due aperti e due chiusi. La volta è stellata con i costoloni in rilievo che formano un dinamico gioco architettonico, da cui emergono cinque gemme, quella centrale recante una croce greca. Al centro della croce è inciso in rilievo l’acronimo IHS.
Dietro il presbiterio si trova il coro e l’organo settecentesco; a sinistra l'accesso per la vecchia sagrestia e a destra la nuova sagrestia.
L’altare maggiore si erge al centro del presbiterio su un piano elevato e fu realizzato nel 1775 dall'artista Giovanni Battista Franco. Il pannello marmoreo da cui è composto frontalmente reca scolpito in bassorilievo due rami di palme dorate, sopra le quali si erge lo spazio in cui vengono conservate le reliquie dei santi. Appoggi in marmo laterali sostengono il piano dell’altare, sul cui lato frontale sono scolpiti una foglia e un fiore. Il tabernacolo all’interno del quale viene conservato il SS. Sacramento è al centro dell’altare ed è chiuso da uno sportellino dorato. Al di sopra del tabernacolo si trova un baldacchino marmoreo, all’interno del quale è scolpita una raggera dorata. I due piani vicini all’altare sono interamente in marmo e composti, il primo da marmi di forma quadrangolare grigio-verde, e il secondo da una cornice rettangolare gialla con intarsio rosso. Al centro dell’altare si erge una struttura ovale che contiene il dipinto del santo patrono; ai suoi lati si trovano invece due sculture di colore rosso.
San Pietro è rappresentato con una veste azzurra e un manto marrone, il capo chinato a destra e il palmo della mano sinistra aperto frontalmente.
Negli anni Settanta viene eretto, sempre al centro del presbiterio ma più in basso, l’altare conciliare in marmo, che riprende la colorazione rossastra dell’altare maggiore.
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Organo a canne Il pregevole organo a canne conservato nel coro, alle spalle dell'altare maggiore, è contenuto in una cassa-armadio con ante ed è un esemplare del 1772 riferibile alla produzione del laboratorio dell'organaro lombardo Giuseppe Lazzari (1709-1784), che aveva sede a Cagliari, nel quartiere Marina. Esso si rivela fra i meglio conservati della produzione lazzariana ed è un organo di tipo positivo. Venne sottoposto a periodici intervenni di manutenzione fin dai suoi primi anni di vita e agli inizi dell'Ottocento, poi nel 1975 - quando subì l'asportazione di un suo pezzo perché venisse sostituito - ma, a tutt'oggi, risulta assolutamente necessario un restauro completo.
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Tomba di Francesco Vaquer La tomba di Francesco Vaquer è situata nel cimitero di Nuraminis, nel lato sinistro del viale perpendicolare a quello principale.
Il monumento funebre è composto da un pilastro in marmo, poggiato su un basamento raccordato con modanature e sormontato da un cornicione anch'esso con modanature.
Il lato frontale del monumento è spartito orizzontalmente in due ordini da un cornicione: nell'ordine inferiore vi è la lapide ornata; in quello superiore, dentro un ovale, vi è il ritratto del Vaquer.
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Intervista a Bruno Zonca Il 25 luglio 2019 Bruno Zonca, residente a Villagreca, si è offerto di accompagnarci alla scoperta di due preziosi siti: la Funtana Bella e la Funtana Siutas.
Riguardo il primo sito, non ha saputo darci informazioni sul suo impianto iniziale, ma da che ha ricordi, ha sempre visto la struttura così come si presenta ora: un semplice pozzo in pietra la cui imboccatura, ormai da diversi anni, è coperta da un grande masso che ne sta causando, lentamente, il crollo. Il sig. Bruno ricorda come gli abitanti di Nuraminis, ma anche dei paesi limitrofi (Samassi, Samatzai) si recassero al pozzo, attualmente non più in uso, per prelevare l’acqua armati di funi, secchi e brocche in cui riporla: brocche in terracotta per gli abitanti di Nuraminis e Villagreca, in lamiera per chi proveniva da Serrenti.
Arrivati nei pressi della Fontana Siutas, dispiaciuto per lo stato di abbandono in cui versa l’antica fontana, il sig. Bruno ci racconta, anche in questo caso, di averla sempre conosciuta così, con le sembianze con cui appare tutt’oggi. La nostra visita alla fontana si conclude con una “smentita”: infatti, l’informazione in nostro possesso riguardo la presenza di una grossa trave di ginepro, posta a sostegno del soffitto della fontana, si è rivelata falsa, come dimostratoci dallo stesso sig. Bruno che calandosi al suo interno ne ha verificato l’assenza.
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Coro Nell'architettura cristiana, il coro rappresenta la parte terminale di una chiesa, e solitamente contiene l'altare maggiore. In questo caso, l'imponente altare marmoreo del presbiterio opera una vera e propria suddivisione in due nuclei di tale spazio, scandendo il presbiterio vero e proprio, riservato all'officiante, e vano finale, o coro.
Quest'ultimo, per l'appunto, conseguì alla decisione, del 1775, di ampliare il presbiterio, invece realizzato a cavallo tra Cinque e Seicento, con un ulteriore modulo, il coro, appunto, che avrebbe ospitato gli stalli lignei (componenti il coro in quanto arredo liturgico vero e proprio). Le figure deputate alla sua costruzione furono il costruttore Pasquale Cau ed il carpentiere Giovanni Porcu.
Al suo interno, di forma quadrangolare, possono oggi ammirarsi il vecchio coro ligneo, che asseconda la parete e le si addossa, il bellissimo organo settecentesco (degno però di restauro) ed un quadro degli anni Ottanta del XX secolo rappresentante Sant'Isidoro in preghiera. L'opera in questione si compone dell'insieme degli stalli, ovvero gli scranni, su cui prendevano posto i prelati od i monaci durante le solenni funzioni liturgiche. Gli stalli in questione sono in noce, ed assemblati danno vita al coro ligneo vero e proprio, il quale segue l'andamento della muratura, in questo caso quadrangolare, e vi si addossa. E', verosimilmente, un prodotto del tardo Settecento, che trova nell'Isola diverse corrispondenze con strutture coeve, ad esempio a Oristano.
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Chiesa e villaggio abbandonato di San Marco in Tradori Cenni Storici
La chiesa di San Marco, che si ritiene fosse una delle chiese più antiche della Sardegna, ed il vicino villaggio di Tradori sorgevano nel territorio posto tra i villaggi di Nuraminis, Samatzai e Donori.
Le vicende storiche riguardanti la chiesa di San Marco sono poche ed estremamente scarne, mentre riguardo al villaggio siamo a conoscenza di qualche informazione in più.
Nei pressi della chiesa e fino al XV secolo era infatti presente un insediamento, reperibile nei documenti sotto varie denominazioni (ad esempio Villa Tradorj o Tràtori), e sappiamo che durante il Medioevo esso apparteneva alla curatoria di Nuraminis e alla Diocesi di Nuraminis-Samatzai sotto l'Arcivescovato di Cagliari.
Ci è inoltre noto che dopo la caduta del Giudicato di Cagliari nel 1258 il villaggio venne assorbito dal Giudicato di Arborea, mentre possiamo ipotizzare che gli eventi avvenuti a partire dalla seconda metà del XIV secolo videro innescarsi un processo, come similarmente avvenne per molti altri villaggi della zona, che si concluderà col declino e il conseguente abbandono nel XV secolo.
Infatti la guerra tra l'Arborea e l'Aragona del 1354 e la ''peste di Mariano IV'' (così nota poiché avvenne durante il suo giudicato e ne fu causa della morte nel 1376), che colpirono l'isola a breve distanza l'uno dall'altro infersero un duro colpo alla sopravvivenza del villaggio e, congiuntamente al conseguente crollo demografico, alla carenza di risorse disponibili nel territorio e all'incrementato carico fiscale (dovute alla massiccia presenza di villaggi a breve distanza l'uno dall'altro il primo e alle spese feudali e di guerra il secondo) furono causa dello spopolamento fino al definitivo abbandono dell'insediamento.
Sappiamo dai conti del sale (atti di vendita del sale ai paesi) riportatici da John Day che il villaggio rimase attivo fino al 1393, mentre secondo le sue ricerche risultava disabitato già nel 1416.
Non si hanno tracce certe riguardo a resti che potrebbero indicare la locazione certa del villaggio, mentre esistono dei ruderi sparsi della chiesa situati in cima ad un colle nei pressi del rio Tradori nel territorio di Samatzai.
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Gruppo scultoreo della Madonna d’Itria Il gruppo scultoreo della Madonna d’Itria è posto all’interno di una teca in legno finemente lavorato, poggiata su una mensola in marmo, all'interno della Cappella della Madonna Assunta.
La Vergine raffigurata in piedi con una veste bianca a cinta in vita e un manto azzurro che la copre fino alla testa. Alla sua destra sta un personaggio inginocchiato con un copricapo in testa.
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Statua di San Giuseppe La statua di San Giuseppe si trova all’interno della Cappella dell’Assunta, sul lato sinistro.
Il Santo indossa una veste celeste coperta da un mantello marrone. Con la mano destra mantiene un giglio, mentre volge lo sguardo verso il fanciullo Gesù, che porta una croce sulla spalla.
Il 19 marzo, in occasione della festa del Santo, il simulacro viene esposto alla venerazione dei fedeli.
Nella parte bassa della nicchia che custodisce la statua è presente una targa in marmo con l’incisione: «Salvatore e Fanny Intilla Lai 1952». L’iscrizione riporta il nome dei benefattori che hanno finanziato l’opera e l’anno in cui è stata realizzata.
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Simulacro di Sant’Ignazio da Laconi Il simulacro di Sant'Ignazio da Laconi si trova nella nicchia a destra di quella della Madonna Assunta.
La statua, infatti, è collocata all'interno della Cappella della Madonna Assunta, la terza cappella che si apre sulla destra della chiesa. La cappella è separata dalla navata da un gradino e da una balaustra in marmo bianco su cui è incisa la data 1846.
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La Vergine Dormiente Il simulacro della Vergine dormiente è custodito all’interno della Cappella della Madonna Assunta in cielo. Si tratta di una scultura ispirata all’iconografia bizantina, raffigurante la Vergine Maria dormiente adagiata su una lettiga in legno.
Il vestito indossato dalla Vergine è finemente ricamato a mano da Marietta Serci, figlia di Daniele, fratello maggiore di Monsignor Paolo Maria Serci.
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L'acquedotto di Funtana Bella Il 14 luglio del 1912 fu deliberata la costruzione di un pozzo in località Funtana Bella che, con l’aggiunta di una pompa idraulica, avrebbe contribuito a contrastare la mancanza di acqua potabile.
La pompa era un vero e proprio mulino a vento, alto dieci metri, interamente costruito in ferro, con, sulla sua sommità, una grande ruota metallica.
La forza del vento metteva in movimento la ruota che, collegata a un argano, sollevava l’acqua riversandola in una vasca. Poco dopo la delibera, si diede il via al progetto per la costruzione di una breve condotta per convogliare le acque fino al deposito di via Monastir, all’ingresso del paese, da cui i nuraminesi potevano attingere tramite due rubinetti.
La vita di questa piccola condotta fu breve. Infatti, dopo soli vent’anni, il mulino fu smantellato e venduto. Al suo posto venne collocata una motopompa. Quest’ultima, a causa di perdite e riversamenti di inquinanti nelle acque, fu presto sostituita da una a trazione elettrica; anche questa, però, si fermò, guasta, e non funzionò più.
Oggi, della Funtana Bella, resta solo un pozzo in stato di abbandono, malamente coperto da un masso che ne sta provocando lo sprofondamento.
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Statua della Madonna Assunta La Statua della Madonna Assunta è la statua da cui prende il nome l'omonima Cappella della Madonna Assunta in Cielo (affrescata dal pittore Silvio Porrà).
La nicchia centrale della cappella ospita la Statua della Madonna Assunta ed è incorniciata da una striscia marmorea di colore nero, con la chiave di volta dell'arco di colore bianco.
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Don Attilio Spiga
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Serci Vaquer, Igino Maria
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Aroffo, Armando (miniatore e scultore)
Nato a Cagliari nel 1887, da famiglia nuraminese, si trasferì negli Stati Uniti, dove si affermò come miniaturista e scultore. Oltre al busto in avorio del Presidente Hoover, ci sono pervenute varie altre opere, specie statuette e ritratti di personaggi famosi statunitensi.
Morì intorno al 1960, quando stava progettando di tornare a vivere a Nuraminis.
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Soto Real, Efisio Giuseppe [Siotto Giuseppe] (religioso, scrittore)
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Cappella della Madonna Assunta in Cielo La cappella dedicata alla Maria Assunta si apre con un arco a sesto acuto sul lato destro della navata centrale ed è costruita su un piano sopraelevato di un gradino.
L’ingresso è delimitato da una balaustra in marmo bianco aperta al centro, che reca incisa la data di realizzazione “anno 1846”.
Il pavimento è in mattonelle esagonali bianche e nere, disposte obliquamente.
Le pareti laterali e quella di fondo sono delimitate in alto da un cornicione, al di sopra del quale si sviluppa la volta a botte affrescata. Affrescato è pure lo spicchio superiore della parete di fondo, sempre al di sopra del cornicione, dove due sipari dipinti incorniciano una piccola finestra quadrangolare che illumina la cappella. Nello spicchio superiore della parete opposta, sopra l’arco d’ingresso, vi è un’iscrizione dipinta che reca i nomi del committente, dell’autore degli affreschi e la data di realizzazione.
Nella prima colonna: “Cappella decorata / A spese di Don / Vincenzo Vaquer / Maggio 1923”; nella seconda colonna: “Il pittore / Porra Silvio”.
Sulla parete di fondo, sopraelevato da una base marmorea, si erge un altare in marmo intarsiato di vari colori, la cui data di realizzazione è scolpita alla base del lato frontale: “MDCCCXLVI”, ossia 1846. L’altare presenta il piano da mensa e altri due livelli superiori. Il piano orizzontale dell’ultimo livello è costituito da una lastra marmorea di reimpiego, che reca un’iscrizione in lingua latina, mutila della parte sinistra: “[...]lgarien / [...]arissimi/ [...]yli causa / [...]audati/ [...]t conterraneo / [...]at / [...]D. Algar/ [...]ae/ [...]ssimo / [...] patriae decori / [...]us / [...]munia illustris / [...]itudinis / [...]ignabat / [...]ad”.
La parete ai lati dell’altare è rivestita da lastre di marmo decorate. Sulla parete destra, all’altezza del piano da mensa dell’altare, si trova una lastra di marmo nero semicircolare utilizzata come mensola per fiori e ceri votivi.
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Chiesetta di Sant'Antonio Abate La chiesa di sant'Antonio abate di Nuraminis sorgeva in età moderna dove oggi è presente la cappella attuale. Era un'antica costruzione in mattoni crudi con un piccolo spiazzo dinanzi all'ingresso in cui tutti gli anni veniva acceso il falò alla vigilia della festa di sant'Antonio. Tutt'oggi è una chiesa privata tant'è che nacque come cappella all'interno dell'abitazione di una famiglia locale nella seconda metà del 1500 (casa Mudu Serci).
Vi sono diversi elementi che ci portano a pensare che la cappella effettivamente esisteva nel XVII secolo, tra cui la presenza al suo interno di una campana che presenta l'inscrizione S.ANTONI ORA PRO NOBIS ANNO DOMINI MDCXXXII (datazione 1632).
Va specificato che non sappiamo con certezza a chi appartenesse nel corso del 500 e risulta che i Mudu, famiglia non originaria del villaggio, ancora dovesse insediarsi a Nuraminis. A tal proposito, riportiamo il matrimonio tra Diego Mudu (di Sestu) e Serafina Corona (di Nuraminis) del 1699, in seguito alla quale Diego decise di trasferirsi . Uno dei figli di Diego Mudu e Serafina Corona è Juan Baptista Mudu che sposò Theresa Vacca, appartenente a una famiglia benestante. Dalla loro unione nacquero tre figli, tra cui Juan Augustin Mudu che sposò Ritta Serra, altro cognome rilevante già dal XVII secolo.
A Juan Augustin Mudu fece da testimone di nozze Battista Taris e il figlio di quest'ultimo, Antonio Andrea Taris (major di giustizia e molto influente nel villaggio) , diede in sposa la figlia Maria Taris a Paolo Mudu ( nipote di Juan Augustin Mudu e figlio di Juan Ramon Mudu).
Paolo sposò due donne benestanti, la già citata Maria Taris e successivamente Pasquala Musio di Donori. Lo stabile con la cappella del santo, che dalle respuestas del 1777 risulta in stato di abbandono, alla fine del XVIII secolo fu da Paolo Mudu o acquistato o ereditato dalla moglie Maria Taris (che potrebbe averlo ottenuto dall'eredità dello zio Antioco Taris, vicario in Nuraminis tra il 1770-1773). Si può ipotizzare questo aspetto perchè alla morte di costui iniziò una lite giudiziaria tra i fratelli di Antioco, zii di Maria.
Questa lite, riporta i nomi di Felicia Taris e Juan Andres Taris e al suo interno si parla del possesso di una casa ma senza ulteriori precisazioni. Ciò che attira la nostra attenzione è il censo presente nella lite poichè risulta uguale a quello dovuto da Paolo Mudu alla Causa Pia per la chiesa di sant'Antonio abate nell'inventario dei suoi beni del 1843 e nelle ricevute degli anni 1836-1842. Ciò che va evidenziato, è che questi elementi ci portano a comprendere che la chiesa diventò di proprietà di Paolo Mudu. La chiesa stessa, in un contesto storico come questo, diventa un simbolo di potere all'interno del villaggio.
Egli decise di diseredare tre dei quattro figli avuti dalla prima moglie poichè gli crearono numerosi dissapori in quanto problematici nei confronti della giustizia, una vera disfatta con i figli Taris. Dall'unione con la seconda moglie nacque Benigno Mudu alla quale Paolo concesse, attraverso un testamento, lo stabile con la chiesa e il compito di organizzare la festa. Abbiamo testimonianza di tale testamento e risulta che ci siano due differenti versioni.
Benigno diventò notaio studiando presso l'università di Cagliari e ricoprì la carica di sindaco nel villaggio negli anni 1869-1871 e 1892-1894. Sposò Maria Serci (figlia di un altro notaio) e dai due nacquero Maria Mudu maritata Podda e Antonietta Mudu maritata Batzella. Precisamente Antonietta sposò Battista Batzella (padre di Armando Batzella) e da questo matrimonio nacquero Silvio e Benigna Batzella. Ecco che Benigno Mudu divise la casa in due trasmettendo il bene alle figlie con il dovere di impegnarsi per la riparazione dello stabile. Nel 1909 muore Antonietta e si crearono divergenze tra i familiari per la gestione mentre la chiesa andò in decadenza.
Maria Mudu decise così di trasmettere la quota ai nipoti e questo portò alla stesura del rogito a favore del nipote Silvio Batzella che riuscì ad ottenere l'autorizzazione per la demolizione e ricostruzione dello stabile. Tutto ciò spiega perchè la chiesa sia oggi di proprietà degli eredi Batzella. Si decise, compatibilmente con il permesso rilasciato dalla Sovrintendenza ai Monumenti e Gallerie del 28 marzo 1973, alla demolizione dell’antica struttura considerata di scarsa rilevanza storica e artistica. Successivamente il sindaco di Nuraminis concesse il prioprio nullaosta autorizzando Benigna Batzella. Nel dicembre 1973 viene firmata la scrittura privata fra il generale Silvio Batzella e la ditta appaltatrice Mandis Luigi.
I lavori iniziarono nel 1974 e la chiesa, ricostruita, si presenta oggi completamente rinnovata e abbellita nella parte frontale mediante l’innalzamento di un loggiato. Il rifacimento comprende inoltre la messa in opera di una nuova pavimentazione e di un altare marmorei. La chiesa risulta dotata di paramenti sacri e arredi liturgici indispensabili per le funzioni religiose ancora oggi officiate.