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Intervista a Enrico Podda L'intervista al signor Enrico Podda è incentrata su due argomenti: la chiesa di san Saturnino (san Sadurru) e sulla località is Cresieddas (in cui sorgeva una chiesa). L'intervista è servita per reperire, tramite la memoria orale, informazioni sui due luoghi in cui sorgevano delle chiese campestri e i relativi centri.
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Intervista a Rossana Martorelli e Marco Muresu Interviste alla professoressa Rossana Martorelli, ordinario di archeologia medievale dell'Università di Cagliari, e al dottor Marco Muresu, assegnista di ricerca dell'Università di Lancaster, realizzate il 24 luglio 2019, in località San Costantino a Villagreca, frazione di Nuraminis, a margine degli scavi condotti intorno alla cosiddetta 'tomba bizantina'.
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Facciata e campanile La facciata della chiesa di San Pietro è rivolta verso nord con singolo ingresso centrale a cui si accede attraverso una gradinata in granito di forma semicircolare. Nel primo gradino in alto è presente un’iscrizione che recita “VICARIO V. SADDI 1891”. L’iscrizione vuole ricordare il committente dell’opera, il parroco Vincenzo Saddi.
La facciata venne terminata nella prima metà del XVII secolo dai costruttori Giovanni Antonio Pinna e Giuliano Taris. I due artisti impressero all’opera uno stile tardo-gotico di origine iberica caratterizzato dagli elementi propri dello stile tipico della Sardegna meridionale. Si può quindi affermare che si tratta di un gotico sardo. È inoltre forte la commistione con elementi classicheggianti.
La parete muraria è in pietra arenaria e presenta un terminale piatto sormontato da sei elementi merlati e da una croce centrale.
Il portale è di materiale ligneo, a doppia anta e chiuso fra due colonne in struttura murale scanalata. Sulle colonne, dove poggiano due capitelli in stile composito corinzio, si regge l’architrave di pietra. Sopra il portale poggia una nicchia classicheggiante che ospita una statua di San Pietro, posta nel 1952 in sostituzione della precedente, andata distrutta per una caduta.
La facciata anticamente era abbellita da un rosone aragonese, andato distrutto nei primi del ‘900 in favore di una finestra lucifera, a sua volta demolita per permettere un tentativo di ripristino del precedente rosone. Tale restauro non andò a buon fine, infatti oggi è presente un’ampia finestra circolare decorata con una vetrata che ritrae la scena, tratta dal vangelo di Giovanni, nella quale Gesù ordina all’Apostolo Pietro: “Pasci le mie pecorelle”.
Nel piazzale dirimpetto alla chiesa, e poco distante dall’edificio stesso, è presente una struttura quadrangolare in pietra che sostiene una colonna su cui a sua volta è fissata una croce di ferro.
A sinistra della facciata si erge il campanile a canna quadrata, la cui sommità è ornata da un cornicione decorato con metope traforate a motivi gotici.
La costruzione e il suo stile ricordano notevolmente il campanile della chiesa di San Giacomo situata a Cagliari. Tale somiglianza potrebbe derivare da molteplici fattori. Per prima cosa è possibile che circolassero le medesime maestranze in molte zone della Sardegna meridionale. Inoltre, non è da escludere che tali professionisti potessero avere la loro bottega proprio a Cagliari.
Aspetto sicuramente non secondario potrebbe riguardare il culto di San Giacomo con le sue implicazioni politiche e religiose. Nel ‘500 e nel ‘600 ci furono accese dispute riguardanti San Giacomo che coinvolsero varie realtà politiche e religiose del Regno di Sardegna. Gli intellettuali e gli ecclesiastici del Regno rivendicavano con orgoglio il primato del presunto passaggio in Sardegna di San Giacomo prima che l’Apostolo raggiungesse la penisola iberica. In tale contesto si inserì la disputa interna tra Cagliari e Sassari. Mentre la fazione cagliaritana, rivendicando il primato del passaggio di San Giacomo, sottolineava nettamente il suo sbarco in città, la fazione sassarese ometteva sempre questo dettaglio, riferendosi al suo arrivo nell’isola senza specificare il luogo preciso. Tali polemiche si inserirono perfettamente e contestualmente all’interno del conflitto in corso tra Cagliari e Sassari, riguardante il primato delle diocesi e delle città stesse all’interno del regno. È dunque ipotizzabile che imitare stilisticamente il campanile della chiesa cagliaritana di San Giacomo fosse una presa di posizione a favore della capitale. Per formulare tale ipotesi è stata fondamentale la lettura dell'articolo scritto da Roberto Porrà e indicato in bibliografia.
Nel novembre del 1837 un fulmine colpì il campanile, arrecando seri danni alla struttura e alla facciata della chiesa. Si rese necessario un intervento di restauro e rifacimento repentino, in modo tale da evitare ulteriori problemi alle strutture. L’opera di restauro si concluse già nel gennaio 1838, al costo della rilevante somma di 1127.10 Lire. Il costo elevato che richiese l’operazione fece nascere una disputa sul pagamento tra le varie parti in causa. Il reggente la regia segreteria di stato e di guerra sostenne la linea dell’intendente del monte di riscatto, secondo cui il pagamento non dovesse gravare sulle casse dell’azienda del monte ma fosse responsabilità dell’amministratore delle chiese camerali della mitra di Cagliari.
Nel 1912, durante ulteriori lavori di restauro, venne rimossa dal campanile una struttura piramidale lignea, che ne sormontava la sommità, perché ritenuta instabile. Inoltre, vennero realizzati dei gradini esterni per accedere alla torre e murato l’ingresso interno utilizzato precedentemente, situato nella cappella delle Anime.
Tra i conci della muratura frontale della torre campanaria, sono stati individuati dei materiali di recupero, tra cui una lastra divisa verticalmente in due quadranti, con un’iscrizione in lingua latina nella parte sinistra. Dalla cella campanaria (contenente quattro campane) si aprono, sui lati del campanile, delle monofore ad arco a tutto sesto.
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Vecchio Montegranatico L'edificio del vecchio Monte Frumentario ("Su Monti", per i nuraminesi) è una struttura rettangolare a sezione allungata addossata alla Chiesa di San Pietro. Si tratta di un impianto sobrio e funzionale risalente al XVIII secolo, che ha ospitato il Monte frumentario fino almeno al 1900, anno di progettazione del nuovo "magazzino", da individuarsi nella struttura collocata sull'altro lato della parrocchia, ma separato da essa.
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Altare maggiore di San Vito L’altare maggiore venne montato all’inizio del XVIII secolo in occasione dell’ammodernamento generale degli arredi della chiesa. Coerentemente con l’acquasantiera e il pulpito marmorei, rispettivamente nella prima cappella a destra sottostante il campanile il primo e addossato sul fianco sinistro della navata il secondo, infatti, si richiese l’intervento dei marmorari Pietro Malcione e Alessandro Frediani, liguri, per la messa in opera del nuovo altare in sostituzione di un precedente altare ligneo. I loro nomi risultano da un documento del 1714 per il pagamento dei lavori del pulpito, databile quindi al 1715 come testimonia l’epigrafe incisa sulla modanatura della base. L’altare, di poco precedente, risponde agli stessi caratteri stilistici. Finemente decorato a intarsi policromi, le lastre frontali, di pregevolissima fattura, riportano motivi fitomorfi a girali, decorazione ripresa nei sopragradi accanto al tabernacolo; nel paliotto centrale, per il quale son registrati gli interventi dello scultore Gerardo da Novi e dello stesso Frediani, è rappresentata, all’interno di un clipeo, la fuga in barca di san Vito. Piuttosto precoce all’interno del panorama artistico sardo, l’altare, riferito dall’iscrizione sulla base al 1711, si deve alla commissione del “curato Piras”; il medesimo è citato, evidentemente come committente generale dei lavori, nell’epigrafe del pulpito ad opera dei suddetti operatori liguri.
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Intervista ai coniugi Cappai Intervista ai coniugi Cappai il 25 luglio 2019 nella propria abitazione a Nuraminis, relativa a memorie e esperienze di vita.
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Epigrafe per la benedizione del cimitero di Nuraminis L'epigrafe, incisa su supporto marmoreo, è posta nel viale principale del cimitero di Nuraminis, sulla sinistra appena dopo il cancello d'ingresso. Essa ricorda la cerimonia di benedizione del camposanto, svoltasi in data 1880-04-25.
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Intervista al signor Quirino Medda Intervista al signor Quirino Medda di Villagreca, presso il cimitero di Villagreca, in merito alla presenza sul territorio della chiesa di San Costantino.
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Cappella del sacro Cuore All’interno della chiesa parrocchiale di San Pietro, ai lati della navata centrale, si aprono otto cappelle. La terza a sinistra, di perimetro quadrangolare, è dedicata al Sacro Cuore e conserva sei statuette: la Vergine Maria e San Lussorio, rispettivamente lungo le pareti sinistra e destra; al centro, sopra l’altare, il Cristo con accanto, a sinistra, sant’Ignazio e, a destra, sant’Antonio. La statua del Cristo è rappresentata con vesti d’oro e un manto rosso e, esposta dopo la Pentecoste, rimane in vista per tutto il mese di giugno.
Di interessante lavorazione è la statua rappresentante San Lussorio martire: con vesti militari di stampo spagnoleggiante – gonnellino celeste, armatura e mantellina rossa - , tiene, nella mano sinistra, un libro e, nell’altra, la palma del martirio ed è affiancato da due simulacri simboleggianti i santi Cesello e Camerino, anch’essi con la palma. Entrambi tengono un piccolo libro aperto con su scritti i loro nomi.
L’altare in marmo, datato al 1848, presenta una lavorazione molto ricca con, frontalmente, un motivo decorativo fogliforme bianco e rosso e, sulla parte sottostante, una lastra rosacea e un medaglione circolare decorato con una croce greca bianca e quattro raggi gialli. È l’unico altare della chiesa a essere dotato di un tabernacolo al cui ridosso si apre la nicchia del Sacro Cuore e, sulla cui sommità, appare chiaramente lo stemma pontificale delle due chiavi.
Sia l’altare che i marmi sono stati oggetti di un restauro, a opera della Sovrintendenza dei Beni culturali, nel 2002.
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Frammenti marmorei del ciborio di San Costantino Le uniche testimonianze superstiti della chiesa di San Costantino, sita tra le campagne di Nuraminis e Villagreca, sono quattro frammenti marmorei.
Tre delle quattro testimonianze della chiesa di san Costantino erano murate nella chiesa parrocchiale di Nuraminis. Il quarto frammento è stato recuperato presso un privato. I pezzi murati, accuratamente asportati sono conservati insieme al quarto all'interno di una teca della chiesa parrocchiale.
Stando agli studi del Coroneo, i pezzi appartenevano ad un ciborio di un battistero.
I frammenti sono abbelliti con motivi geometrici, fitomorfi e zoomorfi, stile che richiama quello delle chiese orientali. Alcuni frammenti ospitano anche delle iscrizioni in lingua greca bizantina.
Tra gli esemplari, il Frammento A è quello che desta maggiormente l’interesse dei ricercatori. L’immagine di un pavone che pare avvicinarsi ad un fiore di loto è seguita da un iscrizione: «[COSTA]NTINV | MEGAL[V]» («Costantino Magno»).
È interessante osservare come nonostante la scritta sia in greco, essa sia incisa con caratteri latini, questo testimonia la padronanza dei due codici linguistici dell’ecclesiastico che coordinava i lavori. Gli studiosi sono concordi nel ritenere che l’iscrizione, per quanto mutila, sia un’invocazione a Costantino Magno.
Il Frammento B ci restituisce la riproduzione di un giglio sotto il quale si nota una pavoncella che tiene nel becco una foglia e tende verso una croce greca racchiusa all'interno di un cerchio; ai margini si trovano iscrizioni in lingua greca.
Il frammento C presenta rappresentazioni simili a quelle del frammento B, con la differenza che la raffigurazione è racchiusa entro una cornice ornata con motivi geometrici.
Il frammento D, più piccolo rispetto agli altri tre, restituisce la figura di una pavoncella il cui piumaggio, secondo la Mudu, sarebbe evidenziato tramite la picchiettatura della figura.
Le iscrizioni presenti in B e in D, in caratteri greci, sono difficilmente leggibili a causa della frammentazione dei frammenti.
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Lapide di Luigi Zonca nel cimitero di Villagreca
La lapide di Luigi Zonca è situata presso il cimitero di Villagreca, frazione di Nuraminis.
Essa è composta da una colonna in pietra di arenaria, sormontata da una croce in ferro sul cui fronte si leggono le iniziali Z. L.
Si pensa che questa lapide sia stata l’ultima ad essere eretta adiacente al muro perimetrale della Chiesa di San Costantino, presumibilmente rasa al suolo intorno agli anni ‘60.
Mediante alcune ricerche e le preziose nozioni del signor Quirino Medda, siamo riuscite a risalire all’identità di Luigi Zonca, il quale visse fino al 1952.
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Fonte battesimale di San Vito Fonte battesimale collocato nella cappella sottostante il campanile, coerente con l'impianto dei restanti arredi marmorei settecenteschi.
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La fontana di Siutas (o Sehutes) La località di Siutas (o Sehutes), situata a nord-est di Villagreca, è interessata dalla presenza di una fontana coperta che, probabilmente, sfrutta una sorgente naturale che sgorga a 167 metri sul livello del mare ed è nota con il nome di Funtana ‘e Siutas (o Sehutes). La fontana si sviluppa per 4,50 metri di larghezza e 3,30 metri di lunghezza e, all’esterno, si presenta con quattro lastre di arenaria di cui due aventi un’apertura circolare, utilizzate per attingere l’acqua.
L’accesso è possibile tramite una scala che conduce a una vasca rettangolare realizzata in arenaria, calcare e mattoncini in terracotta.
Al momento non è possibile stabilire un periodo per il primo impianto del monumento, ma è ipotizzabile un suo uso fin dai tempi remoti. Nel corso dei secoli, ha subito diversi rimaneggiamenti. I più recenti risalgono agli anni ‘70 del Novecento, quando furono edificati due pozzetti in cemento con pompe per il prelievo dell’acqua. Ad oggi, questo interessante monumento si trova in stato di abbandono, quasi completamente sommerso dalle sterpaglie.
Poche persone sanno che in questo luogo all'inizio del Seicento quindici famiglie nuraminesi e cinque di Villagreca sottoscrissero i capitoli per il ripopolamento del villaggio di Donori nella regione storica della Trexenta.
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Ex Montegranatico L'edificio dell'ex Montegranatico è frutto di un progetto del 1900, che aspirava a sostituire, con un "nuovo magazzino", il primo Monte frumentario del paese, addossato alla Chiesa di San Pietro e risalente al XVIII secolo. Si tratta di una struttura a capanna con sezione rettangolare e tetto a due falde e capriate lignee, molto spaziosa e ariosa. La muratura è realizzata in pietrame e malta e, limitatamente a stipiti e architravi, in mattoni pieni. I Monti frumentari assolvevano il compito di vere e proprie banche del grano, in cui venivano immagazzinate le sementi di cui una parte veniva prestata agli agricoltori, che avevano il compito di restituirla dopo il raccolto. Con questa dinamica si intendeva arginare i danni causati delle carestie e limitare l'azione degli usurai. L'ex Montegranatico è stato restaurato nel 2004.
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Cimitero di Villagreca Il cimitero di Villagreca è stato edificato negli anni ‘60 del secolo scorso, sul luogo di un vecchio sagrato adibito a camposanto, a 500m dall’abitato e lungo via San Costantino.
Il cimitero ha pianta quadrangolare ed è delimitato da muretti intonacati.
Sulla parete nord-orientale si appoggia una piccola cappella in stile moderno, con tetto a due spioventi e pareti in vetro, adibita a sala del commiato.
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Chiesa di San Costantino
Nell’area in cui oggi si trova il moderno cimitero della frazione di Villagreca, si trovava una più antica area cimiteriale, sviluppatasi intorno a una chiesetta dedicata a San Costantino imperatore.
Il toponimo di San Costantino si conserva nella denominazione della campagna in cui sorge il cimitero e nella strada che collega Nuraminis e Villagreca
Il nome ricorre, inoltre, in un fiumicello che bagnava la zona: Su riu de Santu Antini.
Più fonti paesane ricordano nella zona una sorgente d’acqua potabile, che si raccoglieva in una fonte perenne (banadroxu) e fluiva in un fiumiciattolo che attraversava la strada allora sterrata. Accanto alla fonte si ergeva una pianta d’olivo millenaria e due alte palme che ombreggiavano la zona. Oggi via San Costantino è asfaltata e non rimane né delle piante né della fontana, ma secondo l’anziano sig. Medda la sorgente d’acqua continua ad esistere sotto terra.
Molti paesani ricordano la presenza dei ruderi della chiesa di San Costantino. Alcune pareti diroccate e prive di tetto, sopravvissute fino agli anni ‘60 circa, quando la struttura fu demolita per permettere l’ampliamento del cimitero.
Queste memorie sono supportate da una mappa catastale del 1907, nella quale compare il segno cartografico dell’edificio sacro accanto all’area cimiteriale, e da una foto aerea datata 1954/1955, in cui è visibile una struttura adiacente ad un sagrato.
Grazie alla testimonianza di sig. Medda possiamo, inoltre, avere un’idea della struttura dell’edificio, la quale doveva presentarsi come una tipica chiesetta rurale in pietra arenaria, senza campanile. Gli ingressi erano due: l’entrata principale ad arco a tutto sesto, sormontata da un rosone, e una porticina laterale lignea. Quest’ultima, secondo sig. Quirino, sarebbe quella attualmente collocata nella sacrestia della chiesa di San Vito.
Il tetto a due spioventi era costruito similmente a quello della chiesa di San Lussorio di Nuraminis. Il sagrato si estendeva davanti alla chiesetta ed era delimitato da muretti a secco dall’andamento a tratti rettilineo e curvilineo (come si evince anche dalla foto aerea).
Il sagrato si apriva su via San Costantino, con un cancello d’ingresso ligneo sormontato da una tettoia incannizzada, oggi sostituito da quello moderno.
Un’altra testimonianza del culto di san Costantino sono i quattro frammenti marmorei del ciborio, datati al X secolo, in uno dei quali compare in nome di Costantino Magno.
Questi frammenti sono stati rinvenuti come materiale di reimpiego nella parrocchia di San Pietro di Nuraminis, ma con tutta probabilità appartenevano all’antica chiesetta villagrechese.
Si ha notizia, inoltre, della figura dell’eremitano di San Costantino, un laico che vestiva il saio e curava la chiesa come un sacrista. In particolare le fonti menzionano l’eremitano Jorge Zuddas, che alla sua morte nel 1678 fu sepolto gratuitamente dentro la chiesetta.
Nel campo che si estendeva a nord del complesso veniva celebrata la festa paesana, ricordata negli appunti del defunto sacrista Ernesto Zonca come una festa tanto solenne quanto quella patronale. Le celebrazioni liturgiche avevano luogo il 29 agosto, dopo tre giorni di preghiere; la statua del Santo veniva portata in processione per il paese e intorno alla chiesetta, al suono delle campane, delle launeddas e dei petardi. La festa proseguiva la sera con balli sardi, canti e mottetti, nel piazzale gremito di bancarelle. Infine, l’evento più importante era la corsa dei cavalli (s’ardia).
Queste festività e la frequentazione della chiesa sarebbero entrate in disuso già nel 1800, quando la zona era ormai adibita esclusivamente a cimitero.
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Cappella della Madonna di Bonaria La seconda cappella a destra, stando davanti all'altare maggiore, della chiesa parrocchiale di Nuraminis prende il nome di «Cappella di Bonaria». A livello architettonico è caratterizzata da una volta a botte; al centro della cappella è collocato un altare in marmo bianco con intarsi policromi; la struttura è sopraelevata rispetto al piano del basamento nel cui gradino è scolpito l’anno d’impianto (1830). Nel compartimento vi è un dipinto che raffigura un mare in tempesta sul quale si eleva la lucente visione della Madonna di Bonaria. Nella parte centrale dell’altare è scolpito un medaglione circolare, raffigurante una corona di rose attorno ad una palma.
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Cappella del Rosario La quarta cappella a destra nota come la «Cappella del Rosario» al suo interno contiene i seguenti elementi: frammenti marmorei, Statua S. Antioco, il Retablo Madonna del Rosario, la Statua S. Giovanni Battista, la Statua S. Isidoro Agricola.
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Chiesa parrocchiale di San Pietro La chiesa parrocchiale di San Pietro Apostolo in Nuraminis si trova al centro del paese, in una posizione alta che sovrasta il circondario.
La prima attestazione riguardante una chiesa dedicata all’Apostolo nell’area di Nuraminis è databile al XII secolo. È ipotizzabile ricondurre l’attestazione all’opera dei monaci di San Vittore di Marsiglia, impegnati, nel corso del Medioevo, nella fondazione di numerose chiese dedicate a San Pietro in Sardegna. Per giungere a tale riflessione è stata fondamentale la lettura dei testi di Alberto Boscolo e Raimondo Turtas, indicati in bibliografia.
L’edificio attuale fu realizzato però, attraverso varie fasi di ampliamento e restauro, a partire dal XVI secolo.
La chiesa è situata all’interno della diocesi di Cagliari: tale è stata la sua collocazione anche durante il Medioevo e per tutta l’Età Moderna.
A livello strutturale la pianta è a croce latina, con un’unica navata centrale da cui si aprono quattro cappelle per lato e un profondo presbiterio. A destra e a sinistra del presbiterio si trovano due sacrestie. Al lato sinistro della facciata si erge il campanile.
Dal punto di vista architettonico lo stile prevalente è quello di impronta tardo-gotica di origine iberica con le peculiari caratteristiche stilistiche tipiche della Sardegna meridionale. Si può affermare quindi che lo stile predominate è il gotico sardo. Influssi stilistici successivi sono ben visibili sia all’interno che all’esterno dell’edificio.
Il 29 giugno il paese festeggia il suo patrono, San Pietro Apostolo. La festività prevede, almeno dal XIX secolo, anche celebrazioni civili.
La popolazione, per distinguerla dalle altre presenti sul territorio, identifica la chiesa di San Pietro come "sa cresia manna". Tale dato è emerso nel corso del dialogo con la popolazione locale.
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Acquasantiera di San Pietro Descrizione Tecnico/Iconografica
Il bacile presenta al suo esterno una decorazione a baccellatura e al suo interno un rilievo raffigura San Pietro recante le sue chiavi e dotato di nimbo, e viene rappresentato in posizione rigidamente frontale e in piedi su una sorta di mensola a piramide rovesciata.
Lo stelo che regge il bacile è rastremato e sagomato alla base e poggia a sua volta su un basamento a sezione triangolare che presenta, oltre a delle figure umane con le braccia poste in grembo negli spigoli, delle raffigurazioni correlate alla purificazione tramite il sacramento del battesimo: infatti è possibile visionare nei tre lati del basamento cornici rettangolari ospitanti rispettivamente le figure di un fiore a doppio giro di petali, di un vaso contenente una figura floreale e di una colomba che si abbevera; a tal proposito è interessante notare l'unicità della colomba rispetto alle altre due figure: essendo essa un'elemento iconografico collegato al battesimo e allo Spirito Santo nell'iconografia cristiana, è racchiusa in un medaglione ovoidale dai bordi decorati a volute.
L'opera è interamente in pietra calcarea, probabilmente di provenienza dalle cave locali.
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Altare Ligneo dei Santi Lussorio, Camerino e Cesello Descrizione Tecnico/Iconografica
Altare ligneo policromo addossato alla parete presbiteriale.
Al centro della parte frontale della mensa si nota il medaglione in bassorilievo al cui interno spiccano una palma (simbolo della vittoria di Cristo sulla morte e pertanto comunemente associata ai martiri) ed una corona, entrambe dorate in campo azzurro; nella parte superiore della pala vi sono, oltre all'altare e a delle decorazioni fitomorfe lungo i due piani, tre nicchie atte a contenere le statue dei santi.
La nicchia centrale, maggiore per dimensione, è dedicata alla statua di San Lussorio (rappresentato avente un libro alla mano destra e cinto di spada, mantello, armatura e gambali) mentre le nicchie laterali attualmente vuote sono dedicate alle statue di San Cesello (posta a destra e identificata da un medaglione dipinto posto sopra la nicchia) e San Camerino (posta a sinistra e recante anch'essa un medaglione dipinto sopra la nicchia), martirizzati entrambi assieme a San Lussorio.
Infine nella sommità della pala e situata sopra la nicchia maggiore vi è la raffigurazione di San Lussorio in armatura e mantello recante nella mano destra un libro e nella sinistra una palma, mentre apposte lateralmente si ergono due sculture di torce sormontate da una fiamma.
Un particolare curioso forse legato all'episodio della signora Giuseppina ''Peppa'' Serra e al suo voto a San Lussorio è l'iscrizione posta alla base dell'altare “DIE XVI MAIJ 1824”, indicante il 14 Maggio 1824 come data del completamento di un'intervento di restauro; l'ultimo intervento di restauro compiuto avvenne nel 1990 ad opera della restauratrice Luisa Figari che scrostò le patine di vernice sovrappostesi nel tempo e riportò ai colori originari l'opera.
Di fronte all’altare ligneo si trova una mensa d’altare di stile similare e anch'essa recante una iscrizione alla base che, in questo caso, ci trasmette la ben più recente data di costruzione dell'opera ponendola al ''DIE XXI DE AUGUATUS 2002''.
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Chiesa di San Lussorio Descrizione Tecnica
Esternamente la chiesa di San Lussorio appare disadorna, con una struttura a capanna quadrangolare in pietra locale a vista e un campanile a vela; sempre posto esternamente sul prospetto anteriore è posta una lolla sarda (un loggiato) tipico sardo delimitato frontalmente da tre archi a tutto sesto e aperto lateralmente.
Oltre all'ingresso frontale principale, segnato sopra l'architrave da una finestrella a croce greca, vi sono due ingressi supplementari posti ai lati della struttura.
Internamente essa presenta un ambiente mononavato a due ambienti: l'aula, che si apre nei pressi dell'ingresso con una secolare acquasantiera in pietra calcarea e procede sino al muro di fondo dove è posto un notevole altare ligneo seicentesco, e la sagrestia a ridosso dell'altare, da cui si accede tramite un'apertura contrassegnata da una colonna in pietra; il tetto della chiesa è fabbricato con legno di zinnibiri (ginepro) e un intreccio di canne (su cannizzau) secondo una tecnica tradizionale sarda, con una copertura supplementare in tegole sarde.
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Nuraghe Monti Leonaxi Nei pressi del cono vulcanico di Monte Leonaxi si individuano due nuclei insediativi: il primo, nella sommità del colle, il secondo ai piedi della collina (verso occidentale).
In cima all’altura, i resti materiali indicano che gli insediamenti si sono susseguiti nel corso del tempo. Considerando i resti delle strutture murarie (erette sfruttando l'affioramento delle rocce naturali), gli studiosi ipotizzano che il perimetro del villaggio fosse fortificato. L’insediamento, che si ipotizza essere datato al bronzo medio (1700-1350 a.C.), venne poi reimpiegato anche in età punica, e questo lo si può dedurre anche dai resti ceramici presenti nel sito; per i periodi successivi fu utilizzato sporadicamente e comunque in relazione al villaggio ai piedi di Monti Leonaxi.
Anche la zona sottostante il colle, ricca di terre coltivabili ci restituisce testimonianze (prevalentemente ceramiche) di epoca punica.
Le informazioni si fanno più ricche e puntali man mano che ci avviciniamo al tardo-antico e all'Alto Medioevo.
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Villaggio scomparso di Santa Maria di Prumontis Si tratta di un insediamento di epoca già altomedievale, oggi non visibile poiché scomparso, collocabile cronologicamente alla luce del consistente numero di frammenti ceramici rinvenuti nell'area, posta ai piedi dello sperone calcareo noto come Monte Cuamnaxi (Coa Margine). Un nucleo consistente di frammenti rinvenuti in situ può inquadrarsi nell'ambito delle produzioni di età bizantina. La parrocchiale dell'antico villaggio, in stato di abbandono già sul finire del Medioevo, era intitolata alla Vergine dell'Assunta, e l'area in questione venne assorbita, nel Cinquecento, nella giurisdizione della risorsa Nuraminis, da cui dista 4 km. La chiesetta giace in stato d'abbandono già nel secondo Settecento.
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La festa e il culto di San Lussorio di Nuraminis