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Campanile di San Vito a Villagreca La torre campanaria, a canna quadrata, appare esternamente divisa in due ordini scanditi da una cornice marcapiano. Dalla cella campanaria si aprono finestre ad un’unica luce a tutto sesto e coronamento pieno merlato da cui parte un tamburo ottagonale su cui poggia una piccola cupola.
L'ordine inferiore presenta due luci, una circolare di piccolo formato, e una feritoia; più in alto è posizionato il quadrante dell'orologio.
L'ordine superiore, innesto settecentesco, ospita le cinque campane della chiesa, due delle quali commissionate al maestro campanaro Raphael Scarpinato, la prima tra il 1719 e il 1720 e la seconda nel 1728.
Il maestro fu pagato in diverse date:
- per la prima campana si registrano 375 lire l’8 luglio 1719.
- tra il 6 e il 12 settembre tre pagamenti di 90 lire, 15 soldi e 177 lire, per la fine dei lavori della campana.
- 245 lire e 5 soldi per una nuova campana il 14 maggio del 1722.
Per quel che concerne l’antico orologio da torre di tipo medievale, venne realizzato alla fine del XV secolo in Inghilterra da una bottega che utilizzava materiali in ferro battuto per la costruzione delle strutture portanti dei ruotini. La tipologia di montaggio utilizzata si può rapportare a quella utilizzata dal famoso disegnatore e costruttore del Big Ben di Londra Edmund Denison.
L’acquisto avvenne successivamente nel 1882 per 70 lire, quando fu portato a Villagreca per volontà del rettore della stessa, Giuseppe Maria Serci, il quale sostenne l’onere finanziario insieme a un piccolo contributo della popolazione locale.
Nel 1996 furono eseguiti lavori di restauro del campanile che necessitavano di una impalcatura, così l’orologio, ormai fermo da tempo, venne smontato e restaurato dall’ingegnere Vincenzo D’Agostino, che, a lavori ultimati, elaborò un’accurata relazione storico-tecnica.
Quando si decise di controllare l’orologio per un eventuale riparazione, questo si trovava in un piccolo vano in muratura con una piccola porta in legno, che bloccava in parte l’arcata est del campanile.
Il dispositivo non era più funzionante poiché la struttura risultava danneggiata dalla combinazione corrosiva di lubrificante a base di olio vegetale cotto e polvere e escrementi di volatili.
Completano la torre campanaria le ricche decorazioni dell'ordine superiore, che proseguono sul tamburo ottagonale sul quale imposta il cupolino semisferico. La torre risulta essere un intervento costruttivo più tardo, elevata tra il 1718 e il 1720, anni in cui sono registrati alcuni pagamenti al maestro Salvador Angel Garruchu per un totale di 1950 lire, come da documentazione archivistica.
Il maestro realizzò anche la sottostante Cappella delle Anime.
Le decorazioni a rilievo incastonate nel campanile rimandano allo stile architettonico torinese, giunto in Sardegna negli ultimi decenni del XVIII secolo.
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Palazzo municipale di Nuraminis Il comune di Nuraminis ha sede nella casa municipale, in una costruzione a circa 300 metri da piazza San Pietro.
Nel 1854 il Comune aveva provato a varare la costruzione della nuova casa comunale, inizialmente l’area scelta fu quella di piazza Funtana Manna, ma il comune fu costretto a rinunciare all’acquisto, in quanto la proprietaria, Luigina Batzella, pretendeva un pagamento maggiore rispetto a quello che stabilito dalla perizia giurata dei muratori incaricati dal comune. Nello stesso anno si conclusero le trattative con un uomo di nome Stanislao Sarais.
Nel 1858 fu approvato il progetto stilato dall’architetto Perria, da quel momento il comune si impegnò a reperire i fondi per la costruzione, prima ricevette in prestito una somma dalla commissione montuaria, che comunque non copriva l’intera somma. L’ammontare delle spese venne garantito solo nel 1859 sommando diversi fondi.
Nella seduta del luglio 1861 il comune si impegnò ufficialmente nella costruzione dell’immobile e allo stesso tempo nella cessione della vecchia sede comunale all’azienda mortuaria che lo riceveva, previa riparazione, senza dover alcun’altra somma oltre quella già posta in prestito. Nel 1863 furono approvate le correzioni apportate dell’ing. Giovanni Onnis al progetto della casa comunale per l’aumento di alcuni vani necessari alla giudicatura mandamentale, alla cancelleria di pretura, alle carceri etc. I lavori furono dati in appalto all’impresario Giovanni Battista Melis e furono completati nel 1864, anno dell’inaugurazione. Mentre nel 1865 furono commissionati al pittore Battista Cancedda gli affreschi della sala della giudicatura e del consiglio comunale.
A causa di un errore tecnico nella costruzione del ponte di attraversamento della strada Carlo Felice, nelle giornate molto piovose la piazza antistante il palazzo si riempiva d’acqua proveniente dal ruscello. Il consiglio comunale provò a chiedere l’intervento dell’autorità governativa il 5 luglio 1865 ma dopo due anni fu costretto ad agire in autonomia, e affidò quindi il progetto all’ingegner Giovanni Melis.
Il nuovo palazzo municipale sarà sede di vari servizi e uffici: al primo piano, ospita gli uffici del sindaco, di consiglieri e funzionari municipali, la giudicatura, le carceri mandamentali e la caserma per i carabinieri reali. Al pian terreno, troveranno invece spazio le scuole femminile e maschile, con l’alloggio per la maestra e per l’usciere; due stanze, una per l’esattore e l’altra per il commissario delle esazioni e una piccola caserma per la guardia nazionale. Con un'unica importante costruzione il comune da alloggio a tanti servizi importanti, e può vantare di essere all’avanguardia rispetto a molti altri comuni.
La costruzione del palazzo municipale si inserisce perfettamente in quella che sono le dinamiche sociali del paese, per volere dell’élites paesane si da un forte simbolo di modernizzazione, che viene posto in una zona fino ad allora considerata periferica.
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Statua lignea di San Vito Martire La statua lignea raffigura il santo patrono della parrocchia: San Vito martire. Il culto del santo sembra essere legato alle antiche origini greche della comunità Villagreca .
La statua del martire è collocata all'interno del nicchione centrale del retablo omonimo.
La collocazione del simulacro in origine era però un’altra: proviene verosimilmente dalla perduta chiesa di San Costantino.
La statua si trova stante sul piedistallo e regge con la mano destra la croce e con la sinistra la palma del martirio.
Il vestiario suggerisce una tendenza innovatrice da parte dello scultore. Infatti, il Santo non indossa vesti da gentile romano come da tradizione iconografica, ma abiti di moda secentesca. Inoltre, si può supporre che presentasse in origine la tipica decorazione ad estofado de oro.
Attraverso la consultazione di un Inventario della parrocchia redatto fra il 1916 e il 1935, è possibile risalire all’artista che ha realizzato la scultura: «San Vito martire, all’Altare maggiore, con testa che si attribuisce al […] Lonis». La scultura, nello specifico la testa, può essere così attribuita a Giuseppe Antonio Lonis, celebre scultore attivo in Sardegna nel secondo Settecento.
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Acquasantiera di San Costantino Nata dal reimpiego di elementi architettonici della distrutta chiesa di San Costantino, l'acquasantiera sembra ottenuta dall'assemblaggio moderno di un catino, decorato esternamente con bacellature verticali e fregio pisciforme nella parte concava, e di un pilastrino seicentesco ornato a onde, bande e strigliature di gusto arcaicizzante.
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Cimitero di Nuraminis La decisione di costruire un nuovo cimitero fu presa dal consiglio comunale già nel 1850. In realtà l’inaugurazione del nuovo cimitero arriverà solo due decenni più tardi. È importante notare che la discussione riguardo la necessità di costruire un nuovo cimitero si apre a metà dell’Ottocento; infatti, si inserisce perfettamente come risultato del processo che ha portato alla completa ridefinizione della tipologia e dell’istituzione cimiteriale.
Tale processo, che si apre alla fine del Settecento, nasce in seguito alla necessità di normare igiene e sanità pubblica nei centri urbani e prosegue il suo corso utilizzando questa necessità come pretesto. L’obbiettivo primario di tale processo è quindi allontanare i luoghi di sepoltura dai centri urbani. In realtà una lettura più approfondita rivela il coinvolgimento di aspetti e dinamiche di una società in mutamento verso la modernità, la storiografia spesso parla di separazione della città dei vivi dalla città dei morti. Un momento significativo si ha con l’emanazione dell’editto di Saint Cloud da parte di Napoleone nel 1804, la cui normativa sarà estesa all’Italia nel 1806.
La normativa Napoleonica non riguardò direttamente il territorio sardo, che non finì mai sotto dominio napoleonico. Ma molti governi europei si mossero nella medesima direzione tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, compreso il governo sabaudo che aveva il controllo del territorio sardo.
È così quindi che nel comune di Nuraminis nel 1850 si percepisce l’urgenza di costruire un nuovo cimitero, in modo da sostituire l’area adiacente alla chiesa parrocchiale, fino a quel momento utilizzata per le sepolture.
Come indicano i documenti editati da Tanino Mura, nel 1854 furono individuati e stimati i terreni appartenenti al falegname Felice Cappai Cherchi.
Tuttavia non si procedette con l’esproprio ed i lavori in quanto la stima (di 270,20 franchi) fu contestata dal Cappai e la spesa per il muro di cinta (di 3.000 franchi) ritenuta troppo consistente per le casse comunali.
Nel 1874, su proposta del consigliere don Francesco Vaquer, fu ripresa la questione: furono individuati i terreni sulla via verso Samatzai, appartenenti a Raffaele Sarais, Antonio Ignazio Porcu, Francesco Serci, Sideri Cappai e Francesco Cappai; il progetto fu affidato all’ingegner Enrico Pani (1876) e ricevette parere favorevole (02 dicembre 1877), nonostante la spesa prevista fosse superiore a quella prevista vent’anni prima (8.653 lire); fu anche approntato il Regolamento di Polizia Mortuaria (22 maggio 1877).
Come ricorda la targa posta sulla sinistra del viale principale del cimitero, subito dopo l’ingresso, il cimitero fu benedetto ed inaugurato il 25 aprile 1880 dal parroco Gaetano Dulcis, in rappresentanza dell’arcivescovo Giovanni Antonio Balma, O.M.V., alla presenza di Francesco Vaquer, reggente del sindaco, e del notaio Benigno Mudu Musio, fungente funzioni di sindaco.
Il 30 luglio 1957 furono completati i lavori di ampliamento, iniziati nel maggio 1955, su progetto dell’ingegnere Ione Ciuti: l’acquisto dei terreni limitrofi costò al comune 147.256 lire; i lavori costarono 11.640.639 lire ed inclusero anche la costruzione della cappella e di due ambienti attigui (la camera mortuaria e la sala per le incisioni).
Nel 1978 il cimitero è stato interessato da un ulteriore ampliamento, con la costruzione di moderni loculi verticali, mentre nel resto del camposanto le sepolture avvengono per inumazione.
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Noi dormiamo con la testa sullo zaino Murales
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Pulpito marmoreo di San Vito Il pulpito di semplice struttura poligonale sorretta da colonna è decorato con tarsie policrome a motivi fitomorfi. Incastonato al centro della lastra frontale si trova un clipeo in marmo bianco recante l'effige di San Vito su un nimbo, in abiti da gentile romano.
Il pulpito, così come l'altare, è opera attestata dei marmorari Pedro Malcioni e Aleandro Frediani, come ci comunica l'epigrafe lungo la modanatura "HOC SVGESTV EXTRVI: FECIT R.A. CNO.ATO D PIRAS.NO 1715" fu terminato e installato nel 1715.
Colpisce per la sua finezza il sontuoso tornavoce barocco intagliato da Tomaso Recupo, ornato da volute, fiori e festoni, dorato nello stesso anno da Sisinnio Lay.
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Asilo d'infanzia "Caduti in Guerra" Negli anni dieci del Novecento, in seguito alla generosa donazione di 9810 lire della signora Annetta Deplano Batzella, fu istituito un asilo infantile.
Risale al 1918, la fondazione, da parte dell’allora parroco don Attilio Spiga, di un comitato avente l'obiettivo di reperire i fondi utili al completamento dell'istituto; la comunità partecipò con offerte e donazioni, anche sotto forma di derrate alimentari o di gioielli.
Tra tutti, si distinse Francesco Tocco Batzella che, nel 1925 donò una parte della sua ampia casa dove, poi, l'asilo fu fondato e affidato alle Suore Francescane di Seillon (o “Suore Francesi”) che vi rimasero fino al 1995.
L'inaugurazione ufficiale avvenne, in presenza delle autorità locali, l'8 marzo 1927 ma, già dal primo momento, l'istituto fu dedicato ai 33 nuraminesi caduti durante la Grande Guerra, come testimonia la lapide, murata accanto alla porta d'ingresso, che ne riporta i nomi.
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Retablo di San Vito Il retablo, grande macchina lignea barocca, è posizionato sul fondo del presbiterio, in area absidale, ed insiste sul settecentesco altare marmoreo.
È parte integrante dell'altare maggiore della chiesa. Riccamente decorato con motivi fitomorfi, è suddiviso in tre scomparti scanditi da colonnine modanate con capitelli compositi; la trabeazione è sormontata da una cornice fortemente aggettante che separa l'ordine inferiore dal fastigio sovrastante.
Termina la parte sommitale il frontone spezzato tra volute a “S”, che incornicia visivamente, in posizione retrostante, una piccola edicola timpanata. La nicchia centrale, coperta con volta cassettonata a rosette, ospita il simulacro del Santo proveniente dalla distrutta chiesa di San Costantino.
I due scomparti laterali, coerentemente con la lunetta del fastigio, contenevano verosimilmente le pale pittoriche oggi perdute e sostituite da pannelli riempitivi. La superficie del retablo, interamente intagliato e dorato, presenta uno strato pittorico omogeneo di colore verde con lumeggiature color oro; completano la decorazione teste di putti e festoni.
Ancora conservata è l’iscrizione AÑO 1759 A 27 DE 7BRE PRIOR + ANTONIO BONFIL CL(AVERO) PEDRU PORCEDDU CURAVIT ZONQUELLO, che ci permette di datare precisamente l’opera.
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Genna Siutas (Area archeologica )
L'area archeologica di Genna Siutas, nella località omonima, si trova a est del centro di Villagreca, a 167 metri slm. I resti sono con ogni probabilità pertinenti ad un abitato che le raccolte superficiali di forme ceramiche hanno permesso di collocare nelle fasi iniziali del III millennio a. C.
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Epigrafe romana di San Pietro Alla base del campanile della Chiesa Parrocchiale di San Pietro di Nuraminis si nota una lastra particolare in pietra arenaria, divisa verticalmente in due quadranti, dei quali quello sinistro presenta un’iscrizione in lingua latina. La lastra si trova incastonata tra i blocchi della parete muraria, utilizzata come materiale da costruzione, e non se ne conosce la provenienza. Il supporto è visibilmente danneggiato dalle intemperie e dall’uomo e presenta un foro al centro che interrompe il flusso della scrittura, tuttavia il testo è ancora leggibile.
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Monumento ai caduti Lapide
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Volta affrescata chiesa di San Vito Affresco
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Lettiga dell'Assunta Manufatto
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Protonuraghe Sa Corona Il protonuraghe Sa Korona - Sa Corona si ascrive alla tipologia della torre capanna nuragica ed è sito sul rilievo omonimo che costituisce, più precisamente, la propaggine meridionale dell'imponente cresta calcarea nota come Monte Cuamnaxi, pertinente al Cenozoico.
Il monumento, realizzato con blocchi di calcare locale, riveste una straordinaria importanza perché è stato interpretato come prototipo delle costruzioni su alture per il controllo e il dominio del territorio, tipico dell'età nuragica.
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Serra Cannigas Il complesso protonuragico denominato Serra Canniga ha restituito materiali relativi al Nuragico arcaico. La struttura è installata su fortificazioni naturali per tutta la sua estensione.
[scheda in corso di completamento]
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Chiesa parrocchiale di San Vito La chiesa parrocchiale di Villagreca, intitolata a San Vito, venne eretta decentrata rispetto al primo nucleo del paese; in seguito, venne incorporata al centro dell’attuale agglomerato. Non è possibile poter stabilire la data precisa di costruzione, in quanto non sono state eseguite campagne di scavo relative alla stratigrafia più antica. L’edificio si presenta imponente soprattutto in relazione al piccolo centro di Villagreca. Secondo Marcello Schirru, docente universitario, tale struttura venne realizzata sotto la direzione dell’arcivescovado, dati i lavori realizzati seguendo la moda architettonica contemporanea e un investimento di tale portata.
Gli storici dell’arte datano la parte più antica agli ultimi decenni del XVI secolo in base agli elementi strutturali e decorativi caratteristici dell’età tardogotica del meridione sardo.
Edificata in stile sardo-catalano, presenta un andamento longitudinale mononavato, diviso in tre campate da due archi a diaframma ogivale. L’iconografia della chiesa rivela le diverse fasi costruttive. Il presbiterio e le due campate adiacenti possono essere ricondotti all’impianto architettonico originario, il quale fu introdotto in Sardegna alla fine del XIII dagli ordini regolari, modello che perdurerà per quasi cinque secoli.
La zona presbiteriale, introdotta da un arco sorretto da capitelli fitomorfi, presenta pianta quadrangolare coperta con volta stellare a liernes e tiercerons, adornate da cinque gemme pendule. Tra queste la centrale, più grande delle altre, presenta nell’incavo l’effige di San Vito. Nelle altre gemme vi sono scolpiti elementi vegetali.
I costoloni degli archi traversi e i quattro archi che generano la volta si appoggiano su peducci, che hanno rappresentati i simboli dei quattro evangelisti, come consuetudine delle fabbriche della seconda metà del Cinquecento. Il disegno stellare, di stampo renano-castigliano, imita analoghi modelli cagliaritani risalenti alla prima metà del cinquecento. Sempre secondo Marcello Schirru, non si può stabilire una corrispondenza cronologica tra la volta stellare e l’impianto planimetrico originale.
Le due capelle voltate a botte nell’ultima campata si possono datare tra l’ultimo decennio del XVI secolo e il terzo del XVII secolo.
La facciata della parrocchia, anch'essa frutto di un rimaneggiamento settecentesco, si presenta a paramento liscio interrotto solo nella parte assiale dal portale, sormontato da un alveolo classicista con catino a conchiglia ospitante una statuina litica, di scarso pregio, raffigurante San Vito e da una finestra rettangolare.
Allineata alla facciata, sul lato destro, troviamo la torre campanaria.
All’inizio del XVIII secolo furono acquistati arredi marmorei, diffusi in quel tempo, i primi in una chiesa parrocchiale (in precedenza erano presenti solo in cattedrali). Tra questi il fonte battesimale datato epigraficamente al 1705 e l’altare con paliotto decorato con tarsie policrome a motivi fitomorfi con clipeo centrale in marmo bianco, rappresentante la fuga di San Vito in barca.
Sono presenti anche alcuni arredi liturgici, come i candelieri in legno dorato databili al Seicento (che sembrano ricordare i bandoni d'argento del Duomo di Cagliari), il crocifisso doloroso e la lettiga dell’Assunta.
Sull’altare marmoreo del presbiterio è presente un retablo con decorazioni fitomorfe e nella nicchia troviamo un’immagine di San Vito, proveniente dalla Chiesa di San Costantino. Da qui proviene anche un’acquasantiera.
In una nicchia laterale troviamo la statua di San Raffaele con Tobiolo.
Possiamo trovare anche oggetti d’argento che furono acquistati tra il Seicento e il Settecento, tra questi: una lampada, un secchiello per l’acqua benedetta, un turibolo e la navicella porta incenso, un calice, una pisside e i sandali dell’Assunta. Tali arredi preziosi furono realizzati da cesellatori cagliaritani: Salvatore Cosseddu, Giuseppe Lampis e altri maestri genovesi. Questo patrimonio artistico è senza ombra di dubbio un’evidente prova che il paese di Villagreca nel passato abbia avuto un certo rilievo economico e fosse ben collegato con le maestranze del territorio circostante.
In base alla documentazione disponibile presso gli archivi della Soprintendenza ai Monumenti di Cagliari, sappiamo che nel 1901 venne effettuato il primo restauro della chiesa, in seguito alla richiesta dell’allora parroco che chiese si intervenisse urgentemente per restaurare il campanile, la volta e il pavimento, per una cifra complessiva di 922,50 lire.
Un altro restauro documentato risale al 1954, successivo a una perizia della sovrintendenza di Cagliari del 12 novembre, che autorizza lavori sul campanile e la sostituzione del quadrante dell’orologio.
Dalla documentazione parrocchiale invece, risaliamo ad altri lavori eseguiti nel 1965 con cui si abbassò il pavimento del sagrato. Un altro intervento si ha nel 1974, lavori soprattutto di manutenzione.
L’ultimo restauro della chiesa parrocchiale si è concluso nel 2005, fu incisivo dal punto di vista dell’aspetto esteriore delle superfici, mentre quelle precedenti si sono maggiormente concentrate nel consolidamento delle varie strutture, nella copertura per le continue infiltrazioni piovane e nel realizzare un efficiente isolamento della pavimentazione, necessario a causa dell’umidità proveniente dalle fondamenta.
Negli ultimi dieci anni si è intervenuti con diversi cantieri:
• nel 1995 si portò a riparazione completa il campanile in cui erano stati evidenziati gravi problemi statici.
• Nel 1997,1999 e nel 2001 la regione Sardegna stanziò i fondi per un restauro completo di tutta la chiesa: intervento sugli intonaci, pulizia delle superfici marmoree, rinforzo delle mura con iniezioni di malta fluida, nuovi impianti elettrici e infine l’adeguamento del presbiterio alle nuove norme liturgiche dettate dal Concilio vaticano II.
• Tra il 2003 e il 2005 si è reso necessario intervenire sulla pavimentazione, con grande contrarietà della popolazione locale.
L’intervento sul presbiterio è stato quello più controverso e difficile perché comportava l’introduzione di nuovi elementi necessari per la liturgia in una struttura storica che risale alla fine del XVI secolo.
Venne inserita la bussola all’ingresso per compensare gli sbalzi di temperatura causati dall’apertura della porta. Questa struttura è stata realizzata in legno con pannelli di un azzurro chiaro con le cornici dorate, i quali non stonano con il resto degli arredi.
Grazie a un finanziamento del comune di Nuraminis, sono stati recentemente eseguiti lavori sul sagrato che però non possono essere considerati definitivi vista l’esiguità dei fondi stanziati.
Sorge spontaneo chiedersi per quale motivo la chiesa venne intitolata a San Vito, santo appartenente alla tradizione della Chiesa d’Oriente.
Occorre partire dall’origine del nome dell’abitato di Villagreca, di cui troviamo menzione nel “La Marmora” nel 1917 <<…Villagreca, così detta da una colonia di Greci che vi si fondò…>>
Per quanto riguarda l’epoca romana, non disponiamo di documenti che attestino la presenza dell’abitato, né possiamo pensare all’arrivo di una colonia di greci durante la dominazione spagnola perché il governo non consentì tale pratica agli stranieri.
Tuttavia, in alcuni diplomi del 1337 troviamo già il nome di Villagreca, per cui ne consegue che il paese esisteva già prima dell’arrivo degli Aragonesi.
Il termine villa ci riporta al latino, con cui si intendeva un podere rustico di piccole dimensioni, abitato da padroni e servi con relative famiglie.
Armando Batzella, avvocato di Nuraminis appassionato di storia locale, ipotizza che l’abitato sia stato fondato in una data imprecisata dell’VIII secolo D.C., quando iniziarono le persecuzioni religiose, messe in atto da Leone l’Isaurico e dai suoi successori contro l’iconoclastia e l’uso dei quadri e infine contro i monaci, ritenuti responsabili di tali pratiche.
L’imperatore Costantino ordinò di eliminare tutti i simulacri e iniziò a perseguire i monaci affinché fossero ridotti in miseria e abbandonassero l’abito. Furono messe in atto torture di vario genere e per chi non rispettava i divieti era prevista anche la morte. In tale contesto molti monaci fuggirono dall’Oriente e alcuni si stanziarono in Sardegna, dove era presente una tradizione di usi bizantini risalente alla dominazione imperiale durata cinque secoli nell’isola.
Tra questi c’erano i monaci studiti, i quali fondarono monasteri che seguivano la regola di San Basilio. Nei dintorni di questi monasteri si svilupparono piccoli agglomerati che poi divennero delle ville e una di queste prese il nome di villa dei greci, da cui Villagreca.
Le prime attestazioni sicure sono successive al XIII secolo, quando la villa apparteneva al Giudicato di Cagliari e alla curatoria di Nuraminis, prima della conquista aragonese. I monaci diffusero ovviamente pratiche e culti greci nei territori in cui si stanziarono.
Nelle chiese di Nuraminis, Villasor, Donori e Assemini sono presenti chiese con targhe votive scritte in greco. Queste pratiche sono state in seguito soppiantate dalla Chiesa di Roma, ma rimasero in uso a Villagreca.
Il patrono dell’agglomerato è San Vito, mentre la vecchia chiesa dove oggi si trova il cimitero era intitolata a San Costantino. Entrambi appartenenti al culto greco e considerati santi dalla tradizione della chiesa d’Oriente.
In particolare, è ancora vivo a Villagreca il culto di San Costantino, mai canonizzato dalla Chiesa cattolica, a dimostrazione del forte legame con la chiesa di Bisanzio.
Inoltre, vicino al paese possiamo trovare una località chiamata San Costantino e un ruscello denominato “Su riu de Santu Antini”.
I monaci coltivavano queste terre e introdussero nuove colture, quali il vitigno del moscato e della malvasia; si dedicarono agli agrumi e agli olivi, importarono un nuovo tipo di melo e soprattutto incentivarono gli alberi da fico che venivano utilizzati sia freschi che secchi da mangiare durante i frequenti digiuni praticati dai monaci studiti.
Nel territorio di Villagreca è presente una località chiamata” Su cungiau de is paras” circondato da ulivi e un tempo pieno di alberi da fico; mentre a un kilometro dal paese si potevano trovare due ulivi millenari di olive da tavola chiamata “oliva di Smirne”, ma ad oggi sono stati distrutti da un incendio doloso.
Tutti questi elementi ci portano a dedurre che in questo territorio i culti trasmessi da tali monaci fossero ben radicati e siano ancora vivi oggi presso la popolazione. Infatti, tuttora nel periodo pasquale è usanza offrire del pane di semola con decorazioni e con delle uova incastonate, pratica che si svolge ancora oggi in Grecia.
Il culto di San Vito si diffuse in tutta Europa in particolare nel medioevo.
Secondo la tradizione il martire nacque a Mazara del Vallo, in Sicilia, da genitori pagani.
Egli appartiene ai quattordici Santi Ausiliatori, così chiamati perché proteggevano gli abitanti di una città da qualsiasi pericolo.
Il giovane Vito, rimasto orfano di madre, fu affidato alla nutrice Crescenza e in seguito al pedagogo Modesto, i quali lo educarono alla fede Cristiana. Sin dalla tenera età iniziò a compiere piccoli prodigi.
Quando l’imperatore Diocleziano iniziò le persecuzioni contro i cristiani, il padre di Vito cercò di persuaderlo all’abiura, non riuscendoci lo denunciò al preside locale per farlo arrestare, ma la prigionia non sortì alcun effetto e venne scarcerato.
Rientrato a casa, il padre cercò allora di farlo sedurre, ma non ottenne l’effetto desiderato.
Il preside tentò di arrestarlo nuovamente, ma il pedagogo Modesto ebbe una visione del Signore in cui gli ordinava di fuggire con una barca insieme a Vito e Crescenza; questi fuggirono e giunsero nel Cilento e poi in Lucania, dove il giovane Vito si distinse nel fare prodigi. Qui fu trovato dalle milizie dell’imperatore, venne arrestato e condotto presso Diocleziano il quale, avendo udito delle sue capacità di guaritore, voleva che guarisse il figlio, malato di epilessia. Vito guarì il giovane, ma si rifiutò di compiere sacrifici agli dèi e l’imperatore dispose che fosse torturato tramite immersione nella pece bollente, da cui però ne uscì illeso.
Da qui il racconto nella tradizione dei Martirologi aggiunge elementi leggendari: secondo un aneddoto Vito sarebbe riuscito a ridurre all’obbedienza dei leoni che avrebbero dovuto sbranarlo all'interno di un'arena; successivamente sarebbe stato appeso insieme a Modesto e Crescenza a un cavalletto per tirare le ossa, ma la terra tremò e tutti fuggirono, compreso l’imperatore. All’improvviso apparvero degli angeli che liberarono i tre prigionieri e li portarono in Lucania, dove morirono per le torture subite.
Il culto di San Vito si diffuse non solo per la sua giovane età (tra i dodici e i diciassette anni), ma per le sue capacità di guaritore della epilessia, della corea (malattia che provoca movimenti incontrollati del corpo da cui il nome “ballo di San Vito”), dell’insonnia, della catalessi e della possessione demoniaca. Divenne anche il protettore dei calderai, ramai e bottai quando si diffuse la notizia che il santo era stato messo in un calderone di pece.
Nel 2002 in seguito a un restauro della pavimentazione della chiesa, sono state trovate sepolture e strutture murarie che vennero analizzate tramite un’indagine archeologica; l’uso delle sepolture interne alle chiese era diffusa nel XVII secolo.
Dal Concilio di Trento e da vari provvedimenti conseguenti la controriforma, l’uso di inumare all’interno delle chiese era permesso a patto che la sepoltura non avvenisse ai piedi dell’altare. Questa pratica prevedeva il versamento di denaro alla parrocchia, necessario per ripristinare la pavimentazione. Ne consegue che solo la popolazione più benestante potesse permettersi di seppellire una persona cara all’interno della chiesa .
Il poco spazio disponibile probabilmente ha portato ad ammucchiare le salme una sopra l’altra senza l’utilizzo di casse e avvolte in un sudario.
I corpi ritrovati nella chiesa di San Vito sono accompagnati da medaglie votive, croci e grani di rosario.
Grazie agli scavi archeologici nella chiesa di San Vito possiamo ricostruire una parte della storia dell’abitato di Villagreca. Tra il XIV e il XVI secolo ci furono carestie ed epidemie in tutta l’isola e molti centri abitati ebbero una contrazione demografica con conseguente spopolamento, come la terribile peste del 1348 che si diffuse in tutta Europa. Nel 1414 d.c. il paese venne ripopolato per ordine dei signori del feudo Sanjust, ai quali nel 1355 era stata assegnata in feudo la “villam vocatam greca” dal sovrano Pietro IV d’Aragona, come possiamo leggere in un documento conservato nell’Archivio della Corona d’Aragona, come ricompensa per il sostegno avuto.
Si ipotizza che il primo abitato si trovasse a 1 km dall’attuale, nei pressi della chiesa bizantina di San Costantino, e venne rifondato, dove si trova attualmente, nella seconda metà del XVI secolo. In base allo studio archeologico sull’interno della chiesa, nella parte oggetto dell’indagine, se ne ipotizza la costruzione ai primi decenni del XVII secolo.
Per quanto riguarda la navata (edificata su un terreno costituito da roccia friabile) e gli spazi funerari, si ipotizza siano stati realizzati nella prima metà del milleseicento, quando furono compilati i Quinque libri, nella sezione "Los Muertos", disponibili per il paese dal 1643 al 1853, dai quali veniamo a conoscenza che i defunti venivano seppelliti sia all’interno che all’esterno della chiesa; purtroppo, del cimitero esterno non abbiamo più nessuna traccia.
Solo dalla seconda metà del XVIII secolo fu utilizzato per le salme il cimitero che si trova nell’area dell’antica chiesa di San Costantino, nonostante il divieto dell’Editto di Saint Cloud emanato da Napoleone agli inizi del 1800; benché la Sardegna non fosse un dominio napoleonico, l’Editto venne messo in atto.
Nel corso dei secoli furono realizzate diverse modifiche dell’edificio; alla fine del Seicento il pavimento, che in origine era stato realizzato in cotto, fu sostituito con lastre di ardesia; agli inizi del Settecento si fecero altre modifiche alla pavimentazione, per costruire le fondamenta per la nuova facciata e per il campanile; questi lavori provocarono però danni ai muri delle aree funebri.
Si ipotizza che forse il pavimento sia stato realizzato in blocchi di calcare forse prelevati dall’antica chiesa di San Costantino. Spesso nel passato si riutilizzavano i materiali degli edifici in rovina poiché c’era scarsità di materie prime per l’edilizia, o era difficile reperirle. Nella chiesa di San Vito si continuò a seppellire i morti sino al 1850, dopo si consolidò l’utilizzo del cimitero nell’area dell’antica chiesa di San Costantino. Nuovamente nel 1901, in occasione di un restauro, metà dei blocchi del pavimento furono sostituiti e forse fu in questo frangente che si rimossero i resti degli ultimi defunti.
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Crocifisso doloroso Scultura
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Le Domus de Janas di Sa Grutta Il sito di Sa Grutta si trova a 153m s.l.m. ed è formato da rocce sedimentarie che si aprono in una grotta di grandi dimensioni, sul cui lato orientale si trovano le cavità più piccole riconosciute come domus de janas.
L’ipotesi di riconoscimento è supportata dalla presenza di canalette e coppelle sulla parte superiore della grotta, mentre a est della grotta principale è presente una composizione muraria che si estende sia in senso circolare che rettilineo.
Nel 1999, durante dei lavori di messa in sicurezza dell’area, furono ritrovate delle ceramiche indicative della frequentazione umana dell’area dal neolitico recente (fine IV millennio a.C.) all’età romana.
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Statua lignea di Sant'Elena Sant'Elena è rappresentata in piedi su un piedistallo e, come da tradizione medievale, regge con la mano destra la croce.
Le vesti, policromate, sono caratterizzate da decorazioni dorate, probabile imitazione della tecnica decorativa estofado de oro, mentre il capo è coperto da un manto bianco.
La resa anatomica è scarsa, in quanto le mani sono troppo grandi in proporzione al resto del corpo.
La figura è regida, mossa solo da uno scarto in avanti del piede sinistro.
Questi segnali inducono a collocare l'opera nel XVII secolo in ambito di produzione locale.
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Il sito di Segafenu Il sito di Segafenu, storicamente noto come Arruinalis de Segavenu, sorge a 135m s.l.m. nell’area dell’ex stagno di Nuraminis su via Donori, a 3 km a sud-est dal centro abitato. Fino alla metà del 1900 era presente nella zona una fonte d’acqua conosciuta come Sa Mitza de Segafenu, il cui rivolo defluiva in un piccolo fiume nel territorio di Samatzai.
Nel 1997 la Soprintendenza archeologica di Cagliari vi individuò un sito pluristratificato suddiviso in strutture megalitiche, presumibilmente riferibili a un nuraghe complesso, che si articolerebbe anche al di sotto della collinetta artificiale su cui giacciono le rovine.
Al nuraghe faceva capo un abitato, la cui esistenza è testimoniata dal rinvenimento di materiale da costruzione fittile e litico: il materiale fittile risale al calcolitico (III millennio a.C.), al bronzo medio (dal 1600 a.C.), all’età punica e di età romana. I grossi blocchi litici visibili si presentano danneggiati dall’utilizzo dei mezzi agricoli.
Per quanto riguarda le epoche successive, dei diplomi medievali attestano nella curatoria di Nuraminis il villaggio (villa) chiamato Segafè (o Segaffe), che nel 1355 e nel 1358 aveva come signore Pietro de Costa. Nel secolo successivo lo ritroviamo appartenente alla curatoria di Bonavoja, sotto la signoria di Nicolò da Caciano.
Secondo John Day il sito fu presumibilmente abbandonato tra il 1455 e il 1476, in seguito alle gravi guerre, carestie e pestilenze dei decenni precedenti. La località viene menzionata insieme a Sehutas in un processo civile agli inizi del 1500, con il quale don Giovanni Bellit y Aragall rivendicò e ottenne la proprietà dei salti delle due ville distrutte.
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Gruppo ligneo di Tobiolo e l'angelo Il gruppo scultoreo, realizzato con materiali lignei, è collocato nella nicchia laterale alla destra rispetto all’ingresso della parrocchia. Disposto su un modesto basamento ligneo, esso rappresenta l'episodio veterotestamentario dell'incontro fra il giovane Tobia e l'arcangelo Raffaele.
La statua dell’arcangelo Raffaele, che segue i canoni dell’iconografia classica, è attribuita al celebre scultore settecentesco Giuseppe Maria Lonis. L’andamento delle vesti e il leggero scarto laterale del corpo rispetto all’asse donano alla statua un senso di movimento.
Il braccio destro levato verso l'alto suggerisce che la statua in origine reggesse un’asta, oggi andata perduta. La sopravveste indossata dall’Angelo è colorata in azzurro e decorata con fiori dorati. Invece, la sottoveste è decorata con motivi floreali rossi su sfondo bianco. I lineamenti del volto oggi sono resi inespressivi dalla perdita dei bulbi oculari vitrei.
Con il braccio sinistro l’Angelo protegge il piccolo Tobiolo, raffigurato in fattezze semplici e con indosso una veste bianca.
In realtà, Tobiolo è una raffigurazione di San Giovannino, integrato al gruppo scultoreo nella prima metà del Novecento per volontà dell’arcivescovo di Cagliari Ernesto Maria Piovella. L’arcivescovo aveva richiesto, durante una visita pastorale, l’unione delle due statue lignee, pena l’interdizione della statua raffigurante l’Arcangelo. Infatti, in un inventario della parrocchia redatto fra il 1916 e il 1935, le due statue lignee sono segnalate come due sculture distinte e non come gruppo scultoreo.
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Il lavatoio di Is Nuracesus (o Muracesus) Sin dalla metà dell'Ottocento è attestata la presenza di una fontana di acqua potabile, costruita in granito, situata in località Nuracesus. Utilizzata per il lavaggio dei panni e l'abbeveramento degli animali, nel 1877, fu dotata di otto vasche in pietra.
Successivamente, intorno agli anni Trenta del Novecento, l'amministrazione comunale attuò un piano di bonifica affinché le acque sporche defluissero nelle campagne circostanti e commissionò una copertura in ferro e ghisa, visibile ancora oggi, alla ditta di Pietrino Doglio.
Oggi come allora, il lavatoio rappresenta un luogo di incontro, non più solo al femminile, per la comunità nuraminese.
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Statua lignea di Santa Barbara La statua lignea di Santa Barbara è collocata nel lato sinistro della navata della parrocchia. Il materiale è legno intagliato, policromato e dorato.
La posizione della santa è conforme all’iconografia tradizionale: con la mano destra tiene la palma, mentre con la mano sinistra, protesa verso l’alto, regge la torre. Entrambi gli oggetti sono simbolo del suo martirio.
Santa Barbara porta una veste celeste dai bordi dorati, cinta in vita da una fascia durata. Le mani, troppo grandi, rivelano una scarsa attenzione per l’anatomia da parte dell’artista. Tale sproporzione e altre caratteristiche stilistiche inducono a ricondurre la paternità della statua ad una bottega sarda locale del XVII secolo.
Come diverse altre statue della parrocchia, la presenza della statua viene segnalata nell’Inventario redatto in un periodo circoscritto fra il 1916 e il 1935.
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Tomba in San Costantino La tomba di San Costantino è così chiamata perché sorge in località San Costantino, a breve distanza dal cimitero di Villagreca. Il toponimo deriverebbe dall'intitolazione della chiesa, probabilmente anch'essa di epoca bizantina, i cui ruderi sono stati demoliti nel '900 per ingrandire proprio il camposanto. Inoltre il riferimento a San Costantino Magno ricorre anche nel testo inciso sui marmi del ciborio, un tempo murati all’esterno della parrocchiale di Nuraminis ed ora contenuti al suo interno, sebbene verosimilmente provenissero proprio dalla chiesa di San Costantino. Dai frammenti ceramici si sa che l’area ha conosciuto una continuità d’uso dal I secolo a.C. all’VIII secolo d.C.
La sepoltura, scoperta in modo fortuito a metà ‘900 in area agricola, si ipotizza che faccia parte di una necropoli costruita, in età altomedievale, nei pressi ed in funzione del vicino edificio chiesastico. Esternamente è sormontata da un piccolo monolite ed era chiusa da un piccolo dromos.
La tomba è stata studiata ad inizio anni Duemila dal personale della Soprintendenza archeologica di Cagliari e Oristano, sebbene fosse stata già manomessa e spoliata, motivo per cui non ha restituito corredi funebri. Essa si presenta come una tomba a camera di dimensioni contenute (lunghezza 2 m, larghezza 1 m, altezza 1 m), costruita con blocchi isodomi di trachite locale alternati a blocchi di dimensioni più piccole, sormontata da una volta a botte irregolare; il pavimento originario è formato da lastre di pietra di piccole dimensioni.
Nel mese di luglio 2019 l’area circostante è stata interessata da uno scavo archeologico, coordinato da Marco Muresu sotto la supervisione scientifica di Rossana Martorelli, docente ordinario di archeologia cristiana e medievale e presidente della Facoltà di Studi Umanistici dell’Università di Cagliari.