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Campanile di San Vito a Villagreca La torre campanaria, a canna quadrata, appare esternamente divisa in due ordini scanditi da una cornice marcapiano. Dalla cella campanaria si aprono finestre ad un’unica luce a tutto sesto e coronamento pieno merlato da cui parte un tamburo ottagonale su cui poggia una piccola cupola.
L'ordine inferiore presenta due luci, una circolare di piccolo formato, e una feritoia; più in alto è posizionato il quadrante dell'orologio.
L'ordine superiore, innesto settecentesco, ospita le cinque campane della chiesa, due delle quali commissionate al maestro campanaro Raphael Scarpinato, la prima tra il 1719 e il 1720 e la seconda nel 1728.
Il maestro fu pagato in diverse date:
- per la prima campana si registrano 375 lire l’8 luglio 1719.
- tra il 6 e il 12 settembre tre pagamenti di 90 lire, 15 soldi e 177 lire, per la fine dei lavori della campana.
- 245 lire e 5 soldi per una nuova campana il 14 maggio del 1722.
Per quel che concerne l’antico orologio da torre di tipo medievale, venne realizzato alla fine del XV secolo in Inghilterra da una bottega che utilizzava materiali in ferro battuto per la costruzione delle strutture portanti dei ruotini. La tipologia di montaggio utilizzata si può rapportare a quella utilizzata dal famoso disegnatore e costruttore del Big Ben di Londra Edmund Denison.
L’acquisto avvenne successivamente nel 1882 per 70 lire, quando fu portato a Villagreca per volontà del rettore della stessa, Giuseppe Maria Serci, il quale sostenne l’onere finanziario insieme a un piccolo contributo della popolazione locale.
Nel 1996 furono eseguiti lavori di restauro del campanile che necessitavano di una impalcatura, così l’orologio, ormai fermo da tempo, venne smontato e restaurato dall’ingegnere Vincenzo D’Agostino, che, a lavori ultimati, elaborò un’accurata relazione storico-tecnica.
Quando si decise di controllare l’orologio per un eventuale riparazione, questo si trovava in un piccolo vano in muratura con una piccola porta in legno, che bloccava in parte l’arcata est del campanile.
Il dispositivo non era più funzionante poiché la struttura risultava danneggiata dalla combinazione corrosiva di lubrificante a base di olio vegetale cotto e polvere e escrementi di volatili.
Completano la torre campanaria le ricche decorazioni dell'ordine superiore, che proseguono sul tamburo ottagonale sul quale imposta il cupolino semisferico. La torre risulta essere un intervento costruttivo più tardo, elevata tra il 1718 e il 1720, anni in cui sono registrati alcuni pagamenti al maestro Salvador Angel Garruchu per un totale di 1950 lire, come da documentazione archivistica.
Il maestro realizzò anche la sottostante Cappella delle Anime.
Le decorazioni a rilievo incastonate nel campanile rimandano allo stile architettonico torinese, giunto in Sardegna negli ultimi decenni del XVIII secolo.
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Palazzo municipale di Nuraminis Il comune di Nuraminis ha sede nella casa municipale, in una costruzione a circa 300 metri da piazza San Pietro.
Nel 1854 il Comune aveva provato a varare la costruzione della nuova casa comunale, inizialmente l’area scelta fu quella di piazza Funtana Manna, ma il comune fu costretto a rinunciare all’acquisto, in quanto la proprietaria, Luigina Batzella, pretendeva un pagamento maggiore rispetto a quello che stabilito dalla perizia giurata dei muratori incaricati dal comune. Nello stesso anno si conclusero le trattative con un uomo di nome Stanislao Sarais.
Nel 1858 fu approvato il progetto stilato dall’architetto Perria, da quel momento il comune si impegnò a reperire i fondi per la costruzione, prima ricevette in prestito una somma dalla commissione montuaria, che comunque non copriva l’intera somma. L’ammontare delle spese venne garantito solo nel 1859 sommando diversi fondi.
Nella seduta del luglio 1861 il comune si impegnò ufficialmente nella costruzione dell’immobile e allo stesso tempo nella cessione della vecchia sede comunale all’azienda mortuaria che lo riceveva, previa riparazione, senza dover alcun’altra somma oltre quella già posta in prestito. Nel 1863 furono approvate le correzioni apportate dell’ing. Giovanni Onnis al progetto della casa comunale per l’aumento di alcuni vani necessari alla giudicatura mandamentale, alla cancelleria di pretura, alle carceri etc. I lavori furono dati in appalto all’impresario Giovanni Battista Melis e furono completati nel 1864, anno dell’inaugurazione. Mentre nel 1865 furono commissionati al pittore Battista Cancedda gli affreschi della sala della giudicatura e del consiglio comunale.
A causa di un errore tecnico nella costruzione del ponte di attraversamento della strada Carlo Felice, nelle giornate molto piovose la piazza antistante il palazzo si riempiva d’acqua proveniente dal ruscello. Il consiglio comunale provò a chiedere l’intervento dell’autorità governativa il 5 luglio 1865 ma dopo due anni fu costretto ad agire in autonomia, e affidò quindi il progetto all’ingegner Giovanni Melis.
Il nuovo palazzo municipale sarà sede di vari servizi e uffici: al primo piano, ospita gli uffici del sindaco, di consiglieri e funzionari municipali, la giudicatura, le carceri mandamentali e la caserma per i carabinieri reali. Al pian terreno, troveranno invece spazio le scuole femminile e maschile, con l’alloggio per la maestra e per l’usciere; due stanze, una per l’esattore e l’altra per il commissario delle esazioni e una piccola caserma per la guardia nazionale. Con un'unica importante costruzione il comune da alloggio a tanti servizi importanti, e può vantare di essere all’avanguardia rispetto a molti altri comuni.
La costruzione del palazzo municipale si inserisce perfettamente in quella che sono le dinamiche sociali del paese, per volere dell’élites paesane si da un forte simbolo di modernizzazione, che viene posto in una zona fino ad allora considerata periferica.
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Statua lignea di San Vito Martire La statua lignea raffigura il santo patrono della parrocchia: San Vito martire. Il culto del santo sembra essere legato alle antiche origini greche della comunità Villagreca .
La statua del martire è collocata all'interno del nicchione centrale del retablo omonimo.
La collocazione del simulacro in origine era però un’altra: proviene verosimilmente dalla perduta chiesa di San Costantino.
La statua si trova stante sul piedistallo e regge con la mano destra la croce e con la sinistra la palma del martirio.
Il vestiario suggerisce una tendenza innovatrice da parte dello scultore. Infatti, il Santo non indossa vesti da gentile romano come da tradizione iconografica, ma abiti di moda secentesca. Inoltre, si può supporre che presentasse in origine la tipica decorazione ad estofado de oro.
Attraverso la consultazione di un Inventario della parrocchia redatto fra il 1916 e il 1935, è possibile risalire all’artista che ha realizzato la scultura: «San Vito martire, all’Altare maggiore, con testa che si attribuisce al […] Lonis». La scultura, nello specifico la testa, può essere così attribuita a Giuseppe Antonio Lonis, celebre scultore attivo in Sardegna nel secondo Settecento.
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Acquasantiera di San Costantino Nata dal reimpiego di elementi architettonici della distrutta chiesa di San Costantino, l'acquasantiera sembra ottenuta dall'assemblaggio moderno di un catino, decorato esternamente con bacellature verticali e fregio pisciforme nella parte concava, e di un pilastrino seicentesco ornato a onde, bande e strigliature di gusto arcaicizzante.
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Cimitero di Nuraminis La decisione di costruire un nuovo cimitero fu presa dal consiglio comunale già nel 1850. In realtà l’inaugurazione del nuovo cimitero arriverà solo due decenni più tardi. È importante notare che la discussione riguardo la necessità di costruire un nuovo cimitero si apre a metà dell’Ottocento; infatti, si inserisce perfettamente come risultato del processo che ha portato alla completa ridefinizione della tipologia e dell’istituzione cimiteriale.
Tale processo, che si apre alla fine del Settecento, nasce in seguito alla necessità di normare igiene e sanità pubblica nei centri urbani e prosegue il suo corso utilizzando questa necessità come pretesto. L’obbiettivo primario di tale processo è quindi allontanare i luoghi di sepoltura dai centri urbani. In realtà una lettura più approfondita rivela il coinvolgimento di aspetti e dinamiche di una società in mutamento verso la modernità, la storiografia spesso parla di separazione della città dei vivi dalla città dei morti. Un momento significativo si ha con l’emanazione dell’editto di Saint Cloud da parte di Napoleone nel 1804, la cui normativa sarà estesa all’Italia nel 1806.
La normativa Napoleonica non riguardò direttamente il territorio sardo, che non finì mai sotto dominio napoleonico. Ma molti governi europei si mossero nella medesima direzione tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, compreso il governo sabaudo che aveva il controllo del territorio sardo.
È così quindi che nel comune di Nuraminis nel 1850 si percepisce l’urgenza di costruire un nuovo cimitero, in modo da sostituire l’area adiacente alla chiesa parrocchiale, fino a quel momento utilizzata per le sepolture.
Come indicano i documenti editati da Tanino Mura, nel 1854 furono individuati e stimati i terreni appartenenti al falegname Felice Cappai Cherchi.
Tuttavia non si procedette con l’esproprio ed i lavori in quanto la stima (di 270,20 franchi) fu contestata dal Cappai e la spesa per il muro di cinta (di 3.000 franchi) ritenuta troppo consistente per le casse comunali.
Nel 1874, su proposta del consigliere don Francesco Vaquer, fu ripresa la questione: furono individuati i terreni sulla via verso Samatzai, appartenenti a Raffaele Sarais, Antonio Ignazio Porcu, Francesco Serci, Sideri Cappai e Francesco Cappai; il progetto fu affidato all’ingegner Enrico Pani (1876) e ricevette parere favorevole (02 dicembre 1877), nonostante la spesa prevista fosse superiore a quella prevista vent’anni prima (8.653 lire); fu anche approntato il Regolamento di Polizia Mortuaria (22 maggio 1877).
Come ricorda la targa posta sulla sinistra del viale principale del cimitero, subito dopo l’ingresso, il cimitero fu benedetto ed inaugurato il 25 aprile 1880 dal parroco Gaetano Dulcis, in rappresentanza dell’arcivescovo Giovanni Antonio Balma, O.M.V., alla presenza di Francesco Vaquer, reggente del sindaco, e del notaio Benigno Mudu Musio, fungente funzioni di sindaco.
Il 30 luglio 1957 furono completati i lavori di ampliamento, iniziati nel maggio 1955, su progetto dell’ingegnere Ione Ciuti: l’acquisto dei terreni limitrofi costò al comune 147.256 lire; i lavori costarono 11.640.639 lire ed inclusero anche la costruzione della cappella e di due ambienti attigui (la camera mortuaria e la sala per le incisioni).
Nel 1978 il cimitero è stato interessato da un ulteriore ampliamento, con la costruzione di moderni loculi verticali, mentre nel resto del camposanto le sepolture avvengono per inumazione.
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Noi dormiamo con la testa sullo zaino Murales
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Pulpito marmoreo di San Vito Il pulpito di semplice struttura poligonale sorretta da colonna è decorato con tarsie policrome a motivi fitomorfi. Incastonato al centro della lastra frontale si trova un clipeo in marmo bianco recante l'effige di San Vito su un nimbo, in abiti da gentile romano.
Il pulpito, così come l'altare, è opera attestata dei marmorari Pedro Malcioni e Aleandro Frediani, come ci comunica l'epigrafe lungo la modanatura "HOC SVGESTV EXTRVI: FECIT R.A. CNO.ATO D PIRAS.NO 1715" fu terminato e installato nel 1715.
Colpisce per la sua finezza il sontuoso tornavoce barocco intagliato da Tomaso Recupo, ornato da volute, fiori e festoni, dorato nello stesso anno da Sisinnio Lay.
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Asilo d'infanzia "Caduti in Guerra" Negli anni dieci del Novecento, in seguito alla generosa donazione di 9810 lire della signora Annetta Deplano Batzella, fu istituito un asilo infantile.
Risale al 1918, la fondazione, da parte dell’allora parroco don Attilio Spiga, di un comitato avente l'obiettivo di reperire i fondi utili al completamento dell'istituto; la comunità partecipò con offerte e donazioni, anche sotto forma di derrate alimentari o di gioielli.
Tra tutti, si distinse Francesco Tocco Batzella che, nel 1925 donò una parte della sua ampia casa dove, poi, l'asilo fu fondato e affidato alle Suore Francescane di Seillon (o “Suore Francesi”) che vi rimasero fino al 1995.
L'inaugurazione ufficiale avvenne, in presenza delle autorità locali, l'8 marzo 1927 ma, già dal primo momento, l'istituto fu dedicato ai 33 nuraminesi caduti durante la Grande Guerra, come testimonia la lapide, murata accanto alla porta d'ingresso, che ne riporta i nomi.
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Retablo di San Vito Il retablo, grande macchina lignea barocca, è posizionato sul fondo del presbiterio, in area absidale, ed insiste sul settecentesco altare marmoreo.
È parte integrante dell'altare maggiore della chiesa. Riccamente decorato con motivi fitomorfi, è suddiviso in tre scomparti scanditi da colonnine modanate con capitelli compositi; la trabeazione è sormontata da una cornice fortemente aggettante che separa l'ordine inferiore dal fastigio sovrastante.
Termina la parte sommitale il frontone spezzato tra volute a “S”, che incornicia visivamente, in posizione retrostante, una piccola edicola timpanata. La nicchia centrale, coperta con volta cassettonata a rosette, ospita il simulacro del Santo proveniente dalla distrutta chiesa di San Costantino.
I due scomparti laterali, coerentemente con la lunetta del fastigio, contenevano verosimilmente le pale pittoriche oggi perdute e sostituite da pannelli riempitivi. La superficie del retablo, interamente intagliato e dorato, presenta uno strato pittorico omogeneo di colore verde con lumeggiature color oro; completano la decorazione teste di putti e festoni.
Ancora conservata è l’iscrizione AÑO 1759 A 27 DE 7BRE PRIOR + ANTONIO BONFIL CL(AVERO) PEDRU PORCEDDU CURAVIT ZONQUELLO, che ci permette di datare precisamente l’opera.
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Genna Siutas (Area archeologica )
L'area archeologica di Genna Siutas, nella località omonima, si trova a est del centro di Villagreca, a 167 metri slm. I resti sono con ogni probabilità pertinenti ad un abitato che le raccolte superficiali di forme ceramiche hanno permesso di collocare nelle fasi iniziali del III millennio a. C.
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Epigrafe romana di San Pietro Alla base del campanile della Chiesa Parrocchiale di San Pietro di Nuraminis si nota una lastra particolare in pietra arenaria, divisa verticalmente in due quadranti, dei quali quello sinistro presenta un’iscrizione in lingua latina. La lastra si trova incastonata tra i blocchi della parete muraria, utilizzata come materiale da costruzione, e non se ne conosce la provenienza. Il supporto è visibilmente danneggiato dalle intemperie e dall’uomo e presenta un foro al centro che interrompe il flusso della scrittura, tuttavia il testo è ancora leggibile.
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Monumento ai caduti Lapide
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Volta affrescata chiesa di San Vito Affresco
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Lettiga dell'Assunta Manufatto
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Protonuraghe Sa Corona Il protonuraghe Sa Korona - Sa Corona si ascrive alla tipologia della torre capanna nuragica ed è sito sul rilievo omonimo che costituisce, più precisamente, la propaggine meridionale dell'imponente cresta calcarea nota come Monte Cuamnaxi, pertinente al Cenozoico.
Il monumento, realizzato con blocchi di calcare locale, riveste una straordinaria importanza perché è stato interpretato come prototipo delle costruzioni su alture per il controllo e il dominio del territorio, tipico dell'età nuragica.
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Serra Cannigas Il complesso protonuragico denominato Serra Canniga ha restituito materiali relativi al Nuragico arcaico. La struttura è installata su fortificazioni naturali per tutta la sua estensione.
[scheda in corso di completamento]
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Chiesa parrocchiale di San Vito La chiesa di San Vito e la storia di Villagreca.
La chiesa parrocchiale di Villagreca, dedicata a San Vito, fu edificata in posizione decentrata rispetto al primo nucleo abitato del paese. Gli scavi archeologici condotti al suo interno permettono di ricostruire parte della storia dell’insediamento.
Tra il XIV e il XVI secolo, l’intera Sardegna fu colpita da carestie ed epidemie che causarono una forte contrazione demografica e lo spopolamento di numerosi centri abitati. Tra questi eventi si ricorda la devastante peste del 1348, diffusasi in tutta Europa.
Nel 1355 il sovrano Pietro IV d’Aragona concesse in feudo la “villam vocatam greca” ai signori Sanjust, come ricompensa per il loro sostegno, come attestato da un documento conservato nell’Archivio della Corona d’Aragona. Successivamente, nel 1414, gli stessi feudatari ordinarono il ripopolamento del paese.
Si ipotizza che il primo insediamento sorgesse a circa un chilometro dall’attuale centro, nei pressi della chiesa bizantina di San Costantino, e che sia stato rifondato nella posizione attuale nella seconda metà del XVI secolo. Gli studi archeologici suggeriscono che la chiesa di San Vito sia stata costruita nei primi decenni del XVII secolo, anche se non è possibile stabilire una data precisa per mancanza di indagini sulla stratigrafia più antica.
L’edificio appare imponente rispetto alle dimensioni del paese. Secondo lo studioso Marcello Schirru, la sua costruzione avvenne sotto la direzione dell’arcivescovado, come dimostrano sia lo stile architettonico aggiornato all’epoca sia l’ingente investimento necessario. Gli storici dell’arte datano le parti più antiche agli ultimi decenni del XVI secolo, sulla base di elementi tardogotici tipici del sud Sardegna.
Caratteristiche architettoniche.
La chiesa è realizzata in stile sardo-catalano e presenta una struttura longitudinale a navata unica, suddivisa in tre campate tramite archi a diaframma ogivali.
L’analisi dell’iconografia rivela diverse fasi costruttive:
- Il presbiterio e le due campate adiacenti appartengono all’impianto originario, introdotto in Sardegna alla fine del XIII secolo dagli ordini religiosi e utilizzato per circa cinque secoli.
- Il presbiterio ha pianta quadrangolare ed è coperto da una volta stellare con liernes e tiercerons, decorata da cinque gemme pendule. Quella centrale raffigura San Vito, mentre le altre presentano motivi vegetali.
- I costoloni e gli archi della volta poggiano su peducci decorati con i simboli dei quattro evangelisti, secondo una consuetudine del tardo Cinquecento.
- Il disegno stellare richiama modelli renano-castigliani e imita esempi cagliaritani del primo Cinquecento. Tuttavia, secondo Schirru, non è possibile stabilire una precisa contemporaneità tra questa volta e l’impianto originario.
- Le due cappelle laterali dell’ultima campata, con volta a botte, sono databili tra la fine del XVI e il primo terzo del XVII secolo.
La facciata, rimaneggiata nel Settecento, è semplice e liscia, con portale centrale sormontato da un alveolo classicista con conchiglia e statuina di San Vito, finestra rettangolare sovrastante.
Sul lato destro si trova la torre campanaria, allineata con la facciata.
Arredi
All’inizio del XVIII secolo la chiesa fu dotata di arredi marmorei, allora diffusi soprattutto nelle cattedrali:
- fonte battesimale datato 1705,
- altare con paliotto decorato a tarsie policrome con scena della fuga di San Vito.
Sono presenti anche:
- candelieri lignei dorati del Seicento,
- crocifisso doloroso,
- lettiga dell’Assunta.
Sull’altare maggiore si trova un retablo decorato con motivi vegetali e una statua di San Vito proveniente dalla chiesa di San Costantino, da cui proviene anche un’acquasantiera.
In una nicchia laterale è collocata la statua di San Raffaele con Tobiolo.
Tra gli oggetti in argento (Seicento-Settecento) figurano: lampada, secchiello per acqua benedetta,
turibolo e navicella, calice e pisside, sandali dell’Assunta.
Questi manufatti furono realizzati da artigiani cagliaritani (tra cui Salvatore Cosseddu e Giuseppe Lampis) e maestri genovesi. L’insieme testimonia il passato benessere economico del paese e i rapporti con importanti centri artistici.
Restauri
La chiesa fu oggetto di numerosi interventi:
1901: primo restauro documentato (campanile, volta, pavimento; costo 922,50 lire).
1954: lavori al campanile e sostituzione dell’orologio.
1965: abbassamento del pavimento del sagrato.
1974: manutenzione generale.
Negli anni più recenti:
1995: consolidamento del campanile.
1997, 1999, 2001: restauro completo (intonaci, marmi, rinforzi murari, impianti, adeguamento liturgico).
2003-2005: rifacimento della pavimentazione (intervento contestato dalla popolazione).
L’adeguamento del presbiterio, necessario per le norme del Concilio Vaticano II, fu particolarmente complesso. Fu inoltre installata una bussola lignea all’ingresso per mitigare gli sbalzi termici.
Recentemente il Comune di Nuraminis ha finanziato lavori sul sagrato, non ancora definitivi.
Sepolture
Dopo il Concilio di Trento era consentito seppellire i defunti in chiesa (non davanti all’altare), dietro pagamento. Questo privilegio era riservato alle famiglie più abbienti.
Le sepolture avvenivano spesso senza casse, con i corpi sovrapposti e avvolti in sudari. I resti ritrovati sono accompagnati da oggetti devozionali (medaglie, croci, rosari).
La navata e gli spazi funerari, costruiti su terreno friabile, risalgono probabilmente alla prima metà del Seicento. I Quinque libri (1643–1853) documentano sepolture sia interne che esterne alla chiesa, anche se del cimitero esterno non resta traccia.
Dal XVIII secolo si diffuse l’uso del cimitero presso la chiesa di San Costantino, poi consolidato dopo il 1800 con l’Editto di Saint Cloud. Nel tempo il pavimento originario in cotto fu sostituito con ardesia (fine Seicento), ulteriori modifiche avvennero nel Settecento per facciata e campanile, causando danni alle aree funerarie, furono probabilmente riutilizzati materiali della chiesa di San Costantino. Le sepolture interne continuarono fino al 1850. Nel 1901, durante un restauro, metà del pavimento fu sostituita e probabilmente furono rimossi gli ultimi resti umani.
CULTI ORIENTALI
Il nome Villagreca è tradizionalmente collegato alla presenza di una colonia greca (La Marmora, 1917). Tuttavia non esistono prove di insediamenti greci in epoca romana, né di colonie durante il dominio spagnolo. Il toponimo è attestato già nel 1337, quindi precedente agli Aragonesi. Il termine villa indica un piccolo insediamento rurale di origine latina. Secondo uno studiso locale del secolo scorso, Armando Batzella, l’origine del paese risalirebbe all’VIII secolo, durante le persecuzioni iconoclaste dell’Impero bizantino. Molti monaci fuggirono verso la Sardegna, dove fondarono monasteri basiliani. Attorno a questi si svilupparono insediamenti, tra cui Villagreca (“villa dei greci”). Queste considerazioni non sono fondate su fonti accessibili, ma sono mere supposizioni.
Questi monaci diffusero culti orientali, ancora visibili oggi devozione a San Costantino (non canonizzato dalla Chiesa cattolica), iscrizioni greche in chiese vicine (Nuraminis, Villasor, Donori, Assemini).
Nel territorio restano tracce toponomastiche in località San Costantino, “Su riu de Santu Antini” e “Su cungiau de is paras” (zona ricca di fichi e ulivi), ulivi millenari di varietà “oliva di Smirne”, distrutti da incendio.
Ancora oggi sopravvivono tradizioni di origine greca, come il pane pasquale decorato con uova.
Navata, sepolture e pavimentazione
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Crocifisso doloroso Scultura
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Le Domus de Janas di Sa Grutta Il sito di Sa Grutta si trova a 153m s.l.m. ed è formato da rocce sedimentarie che si aprono in una grotta di grandi dimensioni, sul cui lato orientale si trovano le cavità più piccole riconosciute come domus de janas.
L’ipotesi di riconoscimento è supportata dalla presenza di canalette e coppelle sulla parte superiore della grotta, mentre a est della grotta principale è presente una composizione muraria che si estende sia in senso circolare che rettilineo.
Nel 1999, durante dei lavori di messa in sicurezza dell’area, furono ritrovate delle ceramiche indicative della frequentazione umana dell’area dal neolitico recente (fine IV millennio a.C.) all’età romana.
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Statua lignea di Sant'Elena Sant'Elena è rappresentata in piedi su un piedistallo e, come da tradizione medievale, regge con la mano destra la croce.
Le vesti, policromate, sono caratterizzate da decorazioni dorate, probabile imitazione della tecnica decorativa estofado de oro, mentre il capo è coperto da un manto bianco.
La resa anatomica è scarsa, in quanto le mani sono troppo grandi in proporzione al resto del corpo.
La figura è regida, mossa solo da uno scarto in avanti del piede sinistro.
Questi segnali inducono a collocare l'opera nel XVII secolo in ambito di produzione locale.
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Il sito di Segafenu Il sito di Segafenu, storicamente noto come Arruinalis de Segavenu, sorge a 135m s.l.m. nell’area dell’ex stagno di Nuraminis su via Donori, a 3 km a sud-est dal centro abitato. Fino alla metà del 1900 era presente nella zona una fonte d’acqua conosciuta come Sa Mitza de Segafenu, il cui rivolo defluiva in un piccolo fiume nel territorio di Samatzai.
Nel 1997 la Soprintendenza archeologica di Cagliari vi individuò un sito pluristratificato suddiviso in strutture megalitiche, presumibilmente riferibili a un nuraghe complesso, che si articolerebbe anche al di sotto della collinetta artificiale su cui giacciono le rovine.
Al nuraghe faceva capo un abitato, la cui esistenza è testimoniata dal rinvenimento di materiale da costruzione fittile e litico: il materiale fittile risale al calcolitico (III millennio a.C.), al bronzo medio (dal 1600 a.C.), all’età punica e di età romana. I grossi blocchi litici visibili si presentano danneggiati dall’utilizzo dei mezzi agricoli.
Per quanto riguarda le epoche successive, dei diplomi medievali attestano nella curatoria di Nuraminis il villaggio (villa) chiamato Segafè (o Segaffe), che nel 1355 e nel 1358 aveva come signore Pietro de Costa. Nel secolo successivo lo ritroviamo appartenente alla curatoria di Bonavoja, sotto la signoria di Nicolò da Caciano.
Secondo John Day il sito fu presumibilmente abbandonato tra il 1455 e il 1476, in seguito alle gravi guerre, carestie e pestilenze dei decenni precedenti. La località viene menzionata insieme a Sehutas in un processo civile agli inizi del 1500, con il quale don Giovanni Bellit y Aragall rivendicò e ottenne la proprietà dei salti delle due ville distrutte.
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Gruppo ligneo di Tobiolo e l'angelo Il gruppo scultoreo, realizzato con materiali lignei, è collocato nella nicchia laterale alla destra rispetto all’ingresso della parrocchia. Disposto su un modesto basamento ligneo, esso rappresenta l'episodio veterotestamentario dell'incontro fra il giovane Tobia e l'arcangelo Raffaele.
La statua dell’arcangelo Raffaele, che segue i canoni dell’iconografia classica, è attribuita al celebre scultore settecentesco Giuseppe Maria Lonis. L’andamento delle vesti e il leggero scarto laterale del corpo rispetto all’asse donano alla statua un senso di movimento.
Il braccio destro levato verso l'alto suggerisce che la statua in origine reggesse un’asta, oggi andata perduta. La sopravveste indossata dall’Angelo è colorata in azzurro e decorata con fiori dorati. Invece, la sottoveste è decorata con motivi floreali rossi su sfondo bianco. I lineamenti del volto oggi sono resi inespressivi dalla perdita dei bulbi oculari vitrei.
Con il braccio sinistro l’Angelo protegge il piccolo Tobiolo, raffigurato in fattezze semplici e con indosso una veste bianca.
In realtà, Tobiolo è una raffigurazione di San Giovannino, integrato al gruppo scultoreo nella prima metà del Novecento per volontà dell’arcivescovo di Cagliari Ernesto Maria Piovella. L’arcivescovo aveva richiesto, durante una visita pastorale, l’unione delle due statue lignee, pena l’interdizione della statua raffigurante l’Arcangelo. Infatti, in un inventario della parrocchia redatto fra il 1916 e il 1935, le due statue lignee sono segnalate come due sculture distinte e non come gruppo scultoreo.
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Il lavatoio di Is Nuracesus (o Muracesus) Sin dalla metà dell'Ottocento è attestata la presenza di una fontana di acqua potabile, costruita in granito, situata in località Nuracesus. Utilizzata per il lavaggio dei panni e l'abbeveramento degli animali, nel 1877, fu dotata di otto vasche in pietra.
Successivamente, intorno agli anni Trenta del Novecento, l'amministrazione comunale attuò un piano di bonifica affinché le acque sporche defluissero nelle campagne circostanti e commissionò una copertura in ferro e ghisa, visibile ancora oggi, alla ditta di Pietrino Doglio.
Oggi come allora, il lavatoio rappresenta un luogo di incontro, non più solo al femminile, per la comunità nuraminese.
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Statua lignea di Santa Barbara La statua lignea di Santa Barbara è collocata nel lato sinistro della navata della parrocchia. Il materiale è legno intagliato, policromato e dorato.
La posizione della santa è conforme all’iconografia tradizionale: con la mano destra tiene la palma, mentre con la mano sinistra, protesa verso l’alto, regge la torre. Entrambi gli oggetti sono simbolo del suo martirio.
Santa Barbara porta una veste celeste dai bordi dorati, cinta in vita da una fascia durata. Le mani, troppo grandi, rivelano una scarsa attenzione per l’anatomia da parte dell’artista. Tale sproporzione e altre caratteristiche stilistiche inducono a ricondurre la paternità della statua ad una bottega sarda locale del XVII secolo.
Come diverse altre statue della parrocchia, la presenza della statua viene segnalata nell’Inventario redatto in un periodo circoscritto fra il 1916 e il 1935.
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Tomba in San Costantino La tomba di San Costantino è così chiamata perché sorge in località San Costantino, a breve distanza dal cimitero di Villagreca. Il toponimo deriverebbe dall'intitolazione della chiesa, probabilmente anch'essa di epoca bizantina, i cui ruderi sono stati demoliti nel '900 per ingrandire proprio il camposanto. Inoltre il riferimento a San Costantino Magno ricorre anche nel testo inciso sui marmi del ciborio, un tempo murati all’esterno della parrocchiale di Nuraminis ed ora contenuti al suo interno, sebbene verosimilmente provenissero proprio dalla chiesa di San Costantino. Dai frammenti ceramici si sa che l’area ha conosciuto una continuità d’uso dal I secolo a.C. all’VIII secolo d.C.
La sepoltura, scoperta in modo fortuito a metà ‘900 in area agricola, si ipotizza che faccia parte di una necropoli costruita, in età altomedievale, nei pressi ed in funzione del vicino edificio chiesastico. Esternamente è sormontata da un piccolo monolite ed era chiusa da un piccolo dromos.
La tomba è stata studiata ad inizio anni Duemila dal personale della Soprintendenza archeologica di Cagliari e Oristano, sebbene fosse stata già manomessa e spoliata, motivo per cui non ha restituito corredi funebri. Essa si presenta come una tomba a camera di dimensioni contenute (lunghezza 2 m, larghezza 1 m, altezza 1 m), costruita con blocchi isodomi di trachite locale alternati a blocchi di dimensioni più piccole, sormontata da una volta a botte irregolare; il pavimento originario è formato da lastre di pietra di piccole dimensioni.
Nel mese di luglio 2019 l’area circostante è stata interessata da uno scavo archeologico, coordinato da Marco Muresu sotto la supervisione scientifica di Rossana Martorelli, docente ordinario di archeologia cristiana e medievale e presidente della Facoltà di Studi Umanistici dell’Università di Cagliari.