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Chiesa e villaggio di Santa Maria di Pramonti Il territorio del villaggio, situato a 4 km a nord di Nuraminis e a nord est di Villagreca, si presenta come un'area territoriale pluristratificata con diverse prove d'insediamento e riconducibili a epoche diverse. Con i dati a disposizione, principalmente una forte concentrazione di ceramiche relative alla cultura di Monte Claro, è possibile datare il primo insediamento umano all'interno del territorio tra il III e il II millennio a.C. e per tale motivo l'area si presenta come una memoria vivente del passato.
L'archeologia si rivela così di grande importanza per lo studio delle tracce delle civiltà del passato presenti nel territorio e le maggiori conferme materiali si hanno per il percorso che dall'età romana giunge al medioevo, in particolare frammenti ceramici da mensa, da cucina, ceramiche d'uso comune e da fuoco. Risulta opportuno sottolineare il ruolo determinante dell'esercito bizantino impegnato in Sardegna per porre fine alla dominazione dei vandali poichè insieme alle milizie bizantine arrivarono anche i monaci e a loro si deve, nell'agiografia sarda, l'introduzione dei santi orientali così come il culto a Maria madre di Dio, venerata con il titolo di Santa Maria Assunta.
Nell'area sono stati rinvenuti frammenti di manufatti ceramici riconducibili a produzioni di età bizantina, in particolare ceramica sovradipinta la cui attribuzione non è certa a causa dell'estrema frammentarietà. A tal proposito, risulta interessante uno studio di confronto con l'Italia centrale in quanto sono stati rinvenuti manufatti datati VI - VII secolo, precisamente imitazioni locali di ceramiche egiziane sovradipinte presenti sopratutto in Abruzzo nell'area di Crecchio (ceramica di tipo Crecchio). Questa tipologia decorativa elaborata a più colori è stata messa in relazione con la presenza nell'area abruzzese di un reggimento bizantino di origine egiziana, ma come sono arrivati i frammenti di questa classe ceramica nel contesto di S.Maria di Prumontis? Gli studiosi, dopo aver escluso l'importazione diretta dall'egitto, hanno ipotizzato la provvenienza dall'Italia centrale con parte dell'esercito di stanza nella penisola destinato a rafforzare il territorio sardo, in quanto parte dell'impero bizantino.
A un periodo successivo appartengono i frammenti di ceramiche giudicali, cioè manufatti di produzione locale circolanti in età giudicale. Alla presenza pisana si devono il frammento di bacino in maiolica arcaica rinvenuto nei pressi della fontana di Santa Maria.
Se il villaggio di Pramonti è attestato per la prima volta nelle fonti medievali del XIII secolo, e di conseguenza non risulta in relazione con gli insediamenti precedenti, è nei documenti della prima metà del XIV secolo che il nome del villaggio viene indicato nella forma Postmonti, Pramonti, Prumonti e versioni affini. A partire dalla seconda metà del secolo compaiono le forme Postmontis, Postmont, Postmunt, Pramontis e altre varianti. Questa località è interessata dalla presenza di tre agglomerati insediativi, un abitato, un'area funeraria e un luogo di culto utilizzati dall'uomo almeno fino a età medievale. La zona funeraria è indicata dalla presenza di sepolture alla cappuccina (tegole rettangolari disposte a spiovente sull'inumato), mentre nella parte più elevata dell'area, presso una collina, segnaliamo dei tratti murari costruiti con pietre legate con malta di fango. Questi elementi suggeriscono l'esistenza di una costruzione riconducibile probabilmente a un edificio di culto cristiano, la chiesa di Santa Maria. In mancanza di dati di scavo non è stato possibile chiarire la destinazione d'uso, eppure anche il dizionario geografico storico curato da Goffredo Casalis evidenzia l'esistenza di antiche costruzioni entro il territorio di Nuraminis, tra cui a Prumontis un pezzo di muro della chiesa dedicata proprio a Santa Maria.
L'insediamento si è estinto nella seconda metà del XV secolo, secondo John Day già nel 1476 risulta disabitato. Tuttavia, è interessante notare come un inventario inerente alla baronia di Monastir datato 1455 descriva Promont come Villa già spopolata, indicando perciò uno spopolamento antecedente alla data indicata dallo storico statunitense. Nell'inventario, inoltre, emergono una serie di informazioni di nostro interesse. In riferimento al 1421 risulta la concessione in feudo di alcune Ville, tra cui Promont, fatta dal re Alfonso V d'Aragona presumibilmente in favore di Nicolò Caciano (o Cassiano). Di circa dieci anni successiva risulta la vendita della Villa di Promont con il consenso regio in favore di Giovanni Dedoni, che avrebbe acquistato la villa mediante gli alfonsini. Datata 1454 risulta invece la vendita eseguita dalla famiglia Dedoni in favore di Pietro Bellit, con successiva conferma di vendita. Dall'inventario in questione, risulta che tale villa durante il periodo aragonese fosse prima in mano alla famiglia Caciano, successivamente alla famiglia Dedoni e infine al mercante di Cagliari Pietro Bellit. Tutto ciò è riconducibile anche a dinamiche di storia dell'èlite, considerando che i Dedoni ottennero diplomi di ampliamento delle concessioni in feudo in remunerazione dei servizi resi alla corona. In aggiunta a questo, pare che i Dedoni riuscirono ad ottenere l'abilitazione per una possibile eredità delle figlie femmine anche sulla villa di Promont , contrariamente agli aspetti del mos Italiae. Nel 1518, fu il nipote dei re cattolici Carlo V unitamente alla madre Giovanna a concedere l'investitura in feudo della villa di Promont a Ludovico Bellit d'Aragall, in quanto erede feudale del padre Salvatore Bellit.
Nell'area è stato rinvenuto anche un frammento di piatto del XVI secolo in ceramica toscana e questo testimonia la frequentazione sporadica del sito dovuta alla presenza della fonte o alla chiesa stessa. Le fonti materiali indicano inoltre come i processi di abbandono possano essere contraddistinti da fasi di ripresa e allentamento, una coesistenza tra abbandono e continuità.
Nel corso del XVI secolo l'area del villaggio è stata assorbita dalla giurisdizione di Nuraminis e la parrocchiale dedicata a Santa Maria viene declassata al rango di chiesa rurale. Quest'ultima sopravvisse sino al XVIII secolo, nel secondo 700 si presenta in stato di abbandono.
Fra gli eventi determinanti nello scatenare la crisi dei villaggi è stata individuata proprio la conquista aragonese con tutte le conseguenze belliche, economiche, sociali e territoriali che comportò. L'introduzione stessa del sistema feudale creò un enorme disequilibrio per la scomparsa di tantissimi abitati tra XIV e XV secolo. Il fenomeno in questione, sopratutto tra il medioevo e l'età moderna, è tuttavia dovuto a una combinazione di fattori quali guerre, epidemie, carestie e dinamiche sociali di spopolamento riconducibili anche a fenomeni di microstoria come il banditismo. Si evidenzia, pur tenendo conto della peste, l'improbabilità che quest'ultima abbia inciso in maniera consistente nelle zone rurali, provocando un maggior numero di vittime nei centri più densamente popolati. A tal proposito, per lo studio del fenomeno, non va trascurata la capacità di attrazione delle nuove città.
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I moti angioyani Il Murales è stato realizzato nel 1962 da Aligi Sassu nella facciata delle scuole elementari di via Garau. Rappresenta i moti antifeudali guidati da Giovanni Maria Angioy, nei quali Thiesi ebbe un ruolo di Rilievo. L'operaè stata poi inglobata all'interno dell'Auditorium comunale, costruito a fine anni Ottanta per proteggerla.
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Pro sos mortos de su connottu. Oliana Il Murales rievoca i fatti storici legati alla rivolta dei sardi contro la Legge delle Chiudende del 1820 che aveva ribaltato il tradizionale uso comunitario dei pascoli. Nel 1868 scoppiò una grande rivolta nota al motto di Torrare a su Connotu: i rivoltosi, guidati da Paskedda Zau, chiedevano il ripristino dell'antico sistema di gestione dei terreni.
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Resistenza Il Murales è in ricordo dei Partigiani della Seconda Guerra Mondiale. Il testo probabilmente fa riferimento alla canzone "Quando vedrai brillar la prima stella" della famosa canzone scritta nel 1941 e molto di moda fra i soldati in guerra
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Vardamos o non vardamos? Il Murales vuole affrontare e descrivere il problema di sopravvivenza economica in cui si trovarono i pastori alla fine degli anni 70.
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I caduti e i dispersi della Prima Guerra Mondiale Il Murales si trova in Via Cadorna, il responsabile dei caduti della Grande Guerra. Luigi Cadorna era solito mandare i fanti all'attacco senza nessun interesse per le vite umane. Fra il 1915 e il 1917 lanciò undici offensive contro le postazioni nemiche, con perdite umane enormi e senza nessuna vittoria. Nel 1917 fu responsabile della disfatta di Caporetto: l'esercito italiano fu gravemente distrutto.
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Omaggio a tre personaggi antifascisti La sezione cittadina dell’Anpi, l’associazione nazionale dei partigiani italiani, rende omaggio a tre figure emblematiche dell’antifascismo nuorese. L’occasione è il 70esimo anniversario dell’entrata in vigore della Costituzione. L’iniziativa è patrocinata dal Comune di Nuoro. Il lavoro artistico si compone di cinque inserti, tre di essi rappresentano personaggi dell’antifascismo nuorese: la maestra resistente Mariangela Maccioni ricordata con i suoi alunni; l’antifascista, incarcerato e torturato dal regime, Diddinu Chironi, cui è dedicato l’inserto sulla Costituzione; mentre il combattente Dino Giacobbe è raffigurato nelle vesti di comandante delle Brigate Internazionali in Spagna ed esiliato politico. A questi fa compagnia il grande intellettuale pensatore politico e filosofo Antonio Gramsci, che dalla lunga sofferenza patita nelle carceri fasciste e con le sue opere continua a essere fonte di tolleranza, di democrazia, libertà e rispetto della dignità di tutti i popoli. La dedica al fiore del partigiano chiude la rassegna muralista, in cui scorre la scritta di un ritornello sopra a delle figure umane che cantano Bella Ciao. Infatti, l’Amministrazione cittadina, che accolse la proposta di proclamare Nuoro Città Antifascista.
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Mariangela Maccioni maestra e antifascista Mariangela Maccioni è stata un'insegnante nuorese che si è distinta per la coraggiosa attività di resistenza al regime fascista. Le sue azioni di disobbedienza comportano l'arresto e e la detenzione, con conseguente sospensione dall'insegnamento.
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Battaglia del 14 aprile del 1470 a Uras Il Murales vuole ricordare la battaglia avvenuta a Uras nel 1470. Ne fu protagonista Leonardo di Alagon, nipote del primo marchese di Oristano, Leonardo Cubello. Il 14 febbraio del 1470 moriva senza discendenti Salvatore Cubello, lasciando la sua eredità al nipote Leonardo. Il viceré aragonese Nicolò Carroz de Arborea si oppose a questa successione. Il 14 aprile 1470 si arrivò allo scontro armato nelle campagne di Uras, nel quale i partigiani di Alagon combatterono al grido di “Arbore, Arborea!”. La vittoria fu loro, e Leonardo Alagon riuscì a prendere Monreale e Sanluri, giungendo fino alle mura di Cagliari.
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Incontro tra il popolo sardo e quello cileno. Nel 1973, a causa del colpo di stato e della successiva dittatura di Pinochet in Cile, alcuni artisti Sudamericani arrivarono in Europa cercando rifugio in Francia e in Italia, dove riportarono il muralismo rivoluzionario. Soprattutto in alcuni piccoli centri della Sardegna come Villamar. Questo murales fu realizzato da Antioco Cotza e dall’esule cileno Alan Jofrè. Il popolo cileno viene significativamente rappresentato dietro un filo spinato, simbolo dell'opressione e della perdita di libertà in seguito al colpo di stato del 1973. Gli esuli Cileni insieme ad Antioco Cotza si mobilitano per far conoscere attraverso i murales la storia della dittatura in Cile.
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Il Murale dei Combattenti Nella facciata dell’edificio nel 1971 l’artista Liliana Cano ha dipinto il Murale dei Combattenti: un ampio racconto incentrato sulla storia sarda degli ultimi 25 anni, sui costumi e tradizioni locali. L’opera leggibile da sinistra verso destra, raffigura una scena della Grande Guerra, il ritorno a casa dei reduci. L’albero al centro della scena rappresenta il ritorno alla vita e alla fertilità della natura.
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Tragedia nella miniera di Montevecchio Il Murales, realizzato sul muro di una casa in piena campagna, ricorda le 11 donne che furono vittime di una tragedia sul lavoro, Il 4 maggio del 1871, in una laveria annessa alla miniera piombo-zincifera di Montevecchio, si verificò una delle più grandi tragedie sul lavoro con vittime femminili. Undici donne furono travolte dal crollo di un muro mentre riposavano in una baracca furono investite da una valanga d’acqua. La più anziana aveva 50 anni, mentre la più giovane 10 anni.
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Eccidio di Buggerru Nel settembre del 1904, in piena età giolittiana, uno sciopero di Minatori a Buggerru sfocia nello scontro fra operai e soldati, e due lavoratori rimangono uccisi. Dall’episodio, scaturisce il primo sciopero generale della storia d’Italia.
Questo murale, dedicato al famoso eccidio di Bugerru del 1904, è stato realizzato da Gian Luigi Concas nel 1980, nel "gruppo murales Radio Arancio", nato nel 1979.
Successivamente, per via del rifacimento dell'edificio comunale, fu smantellato, per essere "riproposto" dopo molti anni, dal nuovo gruppo rifondato sempre da Gian Luigi Concas.
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Pratobello Nel Murales, dedicato ai fatti di Pratobello, sono riportati questi versi: ... imbezes de trattores pro arare, arriban carrarmados e cannones,cun truppas de masellu d'addestrare. La traduzione sarebbe:..invece di trattori per arare, arrivano carri armati e cannoni, con truppe da macello da addestrare. Il Murales ricorda i fatti di Pratobello del 1696.
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Emilio Lussu Il Murales rappresenta Emilio Lussu attorniato da sue parole. Durante la rivolta di Pratobello, Emilio Lussu, con una lettera agli orgolesi, aveva dichiarato la sua solidarietà all'iniziativa ed informava che non aveva potuto partecipare di persona agli eventi solo per le sue cattive condizioni di salute.
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La bilancia dell'Italia Il Murales fu un tentativo di rappresentare il disinteresse nel quale la Sardegna era lasciata dalle istituzioni. E' il primo “vero” Murales di Orgosolo, che viene fatto risalire al 1969, quando il gruppo anarchico Dioniso gli diede vita in occasione della protesta di Pratobello. Il motivo della protesta era la proposta da parte delle istituzioni di costruire un poligono di tiro in un’area adibita a pascolo. L’immagine scelta fu quella di una figura femminile con in mano una bilancia, che ovviamente rappresenta la Giustizia, e che pesa da una parte il lavoro dei pastori, dall’altra il capitalismo.
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I fatti di Pratobello Nel 1969 sui muri di Orgosolo, fu affisso un avviso in cui si invitavano i pastori, che operavano nella zona di Pratobello, a trasferire il bestiame altrove perché, per due mesi, quell'area sarebbe stata adibita a poligono di tiro e di addestramento dell'Esercito Italiano. I cittadini di Orgosolo decisero di mettere in pratica una protesta nonviolenta, e quindi di occupare pacificamente la località di Pratobello. Dal 19 giugno iniziò l'occupazione e dopo alcuni giorni, durante i quali non si verificò alcun episodio di violenza, l'esercito rinunciò alle esercitazioni e si ritirò.
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Ritratto di Giovanni Maria Angioy Il Murales è dedicato a Giovanni Maria Angioy, colui che fu il protagonista della rivolta antifeudale sarda a fine 1700. Don Giovanni Maria Angioy nacque a Bono il 21 ottobre 1751. Presso l’Università di Cagliari, conseguì la laurea in Utroque Iure nel 1771. Fu giudice della Reale Udienza e di assistente del reggente la Reale Cancelleria.
In occasione dell’attacco della Francia e della comparsa della flotta nemica nel golfo di Cagliari (inverno 1792-1793), non partecipò direttamente alle operazioni militari ma raccolse dai privati le offerte per la difesa di Cagliari e si occupò della sistemazione delle milizie del Goceano. Nel Capo di sopra era intanto in corso l’agitazione antifeudale e gli Stamenti proposero al viceré Vivalda di nominarlo Alternos con l’incarico di ristabilirvi l’ ordine. Con questa nomina egli diventò, quanto ad autorità, secondo soltanto al viceré. Partito per Sassari, attraversò i paesi in lotta contro i feudatari.
Da Sassari, Angioy decise di muoversi verso Cagliari alla testa di numerose schiere di contadini per imporre agli Stamenti e al viceré l’abolizione del feudalesimo. A Cagliari si iniziò a sospettare di Angioy ed esso e e i capi della rivolta antifeudale furono dichiarati fuorilegge. Angioy si imbarcò a Porto Torres e raggiunse Genova, da dove si spostò successivamente in diverse città italiane.
L’Angioy sperava di recarsi a Torino per ottenere l’abolizione definitiva del feudalesimo, resosi, però, conto di non avere buone possibilità si recò in Francia dove si schierò definitivamente dalla parte dei francesi. Si spense a Parigi il 22 marzo 1808, ospite nella casa della vedova Dupont.
Dopo la fuga di Giovanni Maria Angioy i moti antifeudali in Sardegna continuarono: per questo la delegazione stamentaria effettuò diverse spedizioni repressive.
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Il treno che arriva nella stazione di Esterzili Il Murale, realizzato sulla parete alle spalle del monumento ai caduti nel rione storico di Genna 'e Idda, è un omaggio ai soldati di Esterzili impegnati nella Grande Guerra, quelli che ritornarono a casa in treno; quelli che invece caddero in battaglia sono raffigurati come anime evanescenti nel fumo della locomotiva.
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Giovanni Maria Angioy entra a Bono Don Giovanni Maria Angioy nacque a Bono il 21 ottobre 1751. Presso l’Università di Cagliari, conseguì la laurea in Utroque Iure nel 1771. Fu giudice della Reale Udienza e assistente del reggente la Reale Cancelleria. Nel 1796 fu il protagonista dei moti antifeudali sardi.
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Moti antifeudali di fine Settecento Il murales vuole ricordare i moti antfeudali in Sardegna di fine 1700. Il Murales si trova nella piazza principale di Bono, in cui è anche presente una statua di Giovanni Maria Angioy. Don Giovanni Maria Angioy nacque a Bono il 21 ottobre 1751.
Presso l’Università di Cagliari, conseguì la laurea in Utroque Iure nel 1771. Fu giudice della Reale Udienza e di assistente del reggente la Reale Cancelleria. In occasione dell’attacco della Francia e della comparsa della flotta nemica nel golfo di Cagliari (inverno 1792-1793), non partecipò direttamente alle operazioni militari ma raccolse dai privati le offerte per la difesa di Cagliari e si occupò della sistemazione delle milizie del Goceano.
Nel Capo di sopra era intanto in corso l’agitazione antifeudale e gli Stamenti proposero al viceré Vivalda di nominarlo Alternos con l’incarico di ristabilirvi l’ ordine. Con questa nomina egli diventò, quanto ad autorità, secondo soltanto al viceré. Partito per Sassari, attraversò i paesi in lotta contro i feudatari. Da Sassari, Angioy decise di muoversi verso Cagliari alla testa di numerose schiere di contadini per imporre agli Stamenti e al viceré l’abolizione del feudalesimo. A Cagliari si iniziò a sospettare di Angioy ed esso e e i capi della rivolta antifeudale furono dichiarati fuorilegge.
Angioy si imbarcò a Porto Torres e raggiunse Genova, da dove si spostò successivamente in diverse città italiane. L’Angioy sperava di recarsi a Torino per ottenere l’abolizione definitiva del feudalesimo, resosi, però, conto di non avere buone possibilità si recò in Francia dove si schierò definitivamente dalla parte dei francesi. Si spense a Parigi il 22 marzo 1808, ospite nella casa della vedova Dupont.
Dopo la fuga di Giovanni Maria Angioy i moti antifeudali in Sardegna continuarono: per questo la delegazione stamentaria effettuò diverse spedizioni repressive.
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Il laureato Il Murales celebra l'orgoglio del paese di Seulo per il primato raggiunto negli anni Sessanta: una percentuale di laureati, rispetto alla popolazione complessiva, tra le più alte d'Italia.
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Gramsci e la Resistenza Il Murales è dedicato alla Resistenza, realizzato nell’omonima piazza. L’opera denominata “Gramsci” occupa oltre 100 mq di superficie ed è divisa in due parti. Il lato che si affaccia alla piazza è arricchito da un Gramsci seduto in carcere e dal popolo in festa per il 25 Aprile. Tra le frasi ne spicca una di Calamandrei, una dello stesso Gramsci e una a difesa della Costituzione Italiana. Nel lato che sporge verso la strada, la Sardegna è rappresentata dall’immagine di una donna e alcune frasi descrivono le storiche lotte sarde. San Gavino è raccontata attraverso il disegno della lotta operaia in Fonderia, fabbrica che ha contraddistinto lo sviluppo economico della cittadina.
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Salvatore Cadeddu Il Murales vuole descrivere e ricordare la latitanza dell’avvocato Salvatore Cadeddu prima del suo arresto nel 1813. Salvatore Cadeddu fu il capo della Congiura di Palabanda. Congiura che prese avvio nel 1812, probabilmente per la volontà di trasformare il regime sabaudo in una monarchia costituzionale. Tuttavia, la congiura fu scoperta e i congiurati furono arrestati.
Salvatore Cadeddu, che dopo una lunga latitanza nelle campagne di Nuxis si era rifugiato in una casa nei pressi del golfo di Palmas, fu arrestato il 3 giugno 1813 e ricondotto a Cagliari. Egli fu giudicato uno dei capi e principale autore dell’insurrezione e fu condannato a morte. Fu impiccato il 2 settembre dello stesso anno; il suo corpo fu dato alle fiamme e le ceneri sparse al vento.
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Editto delle chiudende Il Murales ricorda l'emanazione dell'Editto delle Chiudende, provvedimento legislativo promulgato il 6 ottobre 1820 dal re di Sardegna Vittorio Emanuele I e pubblicato nel 1823.
L'editto autorizzava la recinzione di terreni privati di fatto, ma soggetti a usi collettivi, allargando così l'ambito di godimento della proprietà perfetta.
La realizzazione del Murales è stata commissionata dall’amministrazione comunale di Macomer, in quanto la città ha dato i natali a Melchiorre Murenu.
Muroni è stato un poeta sardo che soffriva di Carbonchio, che si tolse la vista. Attivo nella fine dell'Ottocento, gli viene attribuita la paternità della ormai celeberrima quartina sull’editto delle chiudende:
«Tancas serradas a muru
Fattas a s'afferra afferra
Si su chelu fit in terra
L'aiant serradu puru»
«Tanche chiuse con muro
fatte all’arraffa arraffa;
se il cielo fosse in terra
non esitereste a chiuderlo»
Quartina che in realtà è opera del frate oziere Gavino Achena. Nel Murales sono raffigurate anche le poesie di Murenu sull’editto.