Oblio come intolleranza. Una riflessione sull’abbattimento della Storia

di Giampaolo Salice

La potenza di un gesto

Povero Edward Colston. A Bristol la sua statua è stata buttata giù dai manifestanti del movimento Black Lives Matter. La colpa di Colston è essere stato uno schiavista in tempi nei quali lo erano praticamente tutti. Nel Seicento e poi anche nel Settecento non c’era Stato europeo che non si servisse dell’attività corsara, i cui profitti maggiori derivavano proprio da cattura e vendita di uomini e donne.

Negli Stati Uniti se la sono presa persino con le statue di Cristoforo Colombo, considerato responsabile del genocidio degli amerindi.

La forza simbolica e propagandistica di simili gesti è così abbagliante da riuscire quasi ad oscurare le ragioni rilevanti e urgenti che in queste settimane hanno dato vita ad uno spazio pubblico globale di contestazione delle discriminazioni razziali senza precedenti.

L’abbattimento delle statue rischia inoltre di spezzare la ricchezza valoriale del movimento, imponendo a chi lo osserva e se ne sente ispirato un’idea di memoria monolitica e competitiva, animata cioè dalla pretesa di essere l’unica fonte possibile di risignificazione del presente attraverso l’uso legittimante del passato.

Scegliersi il passato

Un passato che però, proprio attraverso gesti come l’abbattimento delle statue, viene ingegnerizzato dal presente, che tiene le parti, i nomi, i luoghi, gli eventi utili alla battaglia politica in corso, mentre amputa gli aspetti considerati inutili o dannosi.

La selezione è dettata dal giudizio che lo stesso presente esprime nei confronti del passato. Un giudizio moralistico, fondato su una conoscenza superficiale della storia e ispirato dall’emozione, dal sogno, dalla rabbia, dalla battaglia politica in atto.

Ne deriva una memoria che nasconde. L’oblio è un atto egemonico che nulla ha a che fare con la giustizia nel presente. Proprio perché figlia di un pensiero debole, questa memoria ha bisogno di essere unica, di essere la sola possibile; proprio perché insicura nei confronti del dibattito storiografico, ha necessità di delegittimarlo; proprio perché incapace di argomentare, non tollera la presenza di memorie alternative.

Damnatio Historiae

Se dovessimo applicare con coerenza la logica argomentativa che in queste ore ispira l’abbattimento delle statue le conseguenze sarebbero gravissime.

Dovremmo infatti abbattere i simboli della civiltà greca classica che fu schiavile e maschilista (e non inventò affatto la democrazia).

Dovremmo abbattere il Colosseo a Roma e tutti gli anfiteatri romani sparsi per il Mediterraneo, nei quali si materializzava con magnificenza strabiliante lo sfruttamento a fini ludici di uomini posseduti da altri uomini.

Dovremmo cancellare dai nostri programmi scolastici la lettura di romanzi come Robinson Crusoe; dovremmo forse vietare anche la visione di serie televisive come Game of Thrones.

In Sardegna dovremmo cancellare i simboli della civiltà giudicale sarda la cui economia si fondava sul servaggio.
Dovremmo bruciare in piazza il Diario Politico di Giorgio Asproni e cambiare i nomi delle strade e delle piazze che gli sono intitolate perché Asproni, tra i più rilevanti protagonisti della Sinistra storica risorgimentale, era antisemita;

Livorno, Monumento dei quattro mori a Ferdinando II

Dovremmo stracciare la bandiera dei Quattro Mori, nei quali sono rappresentati non quattro sardi, ma quattro mussulmani fatti schiavi ed esibiti al mondo come simbolo di una Sardegna bastione cristiano contro l’invasione degli infedeli.

Lo stesso trattamento andrebbe riservato alla bandiera corsa e al monumento dei Quattro mori che troneggia in piazza Micheli, a Livorno, per magnificare i successi di Ferdinando II de’ Medici contro i corsari barbareschi (quattro neri incatenati ai suoi piedi).

Memorie policentriche?

La verità della nostra storia umana è che non esiste pietra, strada, monumento o nazione che non sia prodotto anche di sopraffazione, di discriminazione, di violenza o di barbarie. Ma questa non è una buona ragione per rimuovere questa storia e i suoi simboli come si usa fare quando si passa da un regime all’altro.

Al contrario quella storia e i suoi simboli andrebbero studiati e proposti alla lettura, usati per decostruire i miti, i pregiudizi, i luoghi comuni dei quali sono (stati) strumento di disseminazione. Tutto questo per dare finalmente spazio a memorie multiple, policentrice e multivocali, contro ogni monopolio autoritario, eurocentrico, razziale.

Se ci è consentito, questa storia e i suoi simboli andrebbero tenuti anche come monito, a memoria presente e futura di quello che siamo stati, di come, del quando, del perché lo siamo stati.

Il presente è figlio anche di quella parte di passato che oggi non piace più e che contestiamo e che abbiamo superato; quella parte di passato che la memoria competitiva cerca sempre e da sempre di cancellare, di negare, di dimenticare.


Sul confronto tra memoria competitiva e multidirezionale consiglio la lettura di Michale Rothberg, Multidirectional memory. Remembering the Holocaust in the Age of Decolonization, Stanford 2009.

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