Descrizione del progetto

Progetti › La ricchezza della Chiesa

Cipolla nel suo Saggio sulle fonti di storia economica europea (1988) e P. Cammarosano nel suo Italia medievale. Struttura e geografia delle fonti scritte (1991) hanno riservato alla documentazione prodotta e conservata dagli enti ecclesiastici e religiosi un notevole spazio e non solo per l’epoca del monopolio della scrittura da parte della Chiesa (cioè sino al XII secolo). Nella maggioranza dei casi questi eccezionali depositi archivistici (curie vescovili, monasteri, conventi, ospedali o confraternite) conservano fonti aventi a che fare con la ricchezza immobiliare e mobiliare: titoli di possesso, donazioni, compravendite, locazioni, inventari, registri contabili di ogni tipologia. In alcune grandi città italiane, a partire dal tardo Medioevo, molti di questi enti religiosi iniziano ad avvalersi (direttamente o meno) delle competenze acquisite da laici appartenenti ai ceti produttivi: mercanti, banchieri, imprenditori tessili. La documentazione della Chiesa si evolve anche sul piano qualitativo, e quanto più un ente presta attenzione alla corretta amministrazione patrimoniale tanto più è portato a valorizzare i propri depositi documentari.

Senza le pergamene dell’archivio arcivescovile lucchese e i polittici dei monasteri padani le nostre conoscenze relative all’agricoltura italiana di età carolingia sarebbero molto ridotte. I fondi diplomatici, gli inventari e le cronache ‘abbaziali’ redatte a Staffarda, Nonantola, Vallombrosa, Camaldoli, Farfa, Montecassino, S. Vincenzo al Volturno, hanno consentito approfondite analisi socio-economiche del mondo rurale italiano nei secoli centrali del Medioevo, impensabili con il ricorso alla scarna documentazione pubblica e privata laica. Se poi passiamo al basso Medioevo, a emergere è il ruolo fondamentale esercitato da conventi mendicanti, ospedali, confraternite e da qualsiasi altro ente assistenziale disciplinato dal diritto canonico, con una massa di documentazione amministrativa che diventa straripante in età rinascimentale. Per l’età moderna sarebbe ben difficile conoscere i meccanismi di quello che oggi definiamo “micro-credito” senza ricorrere ai cospicui fondi lasciati dai Monti di Pietà e da istituzioni assimilabili, che per altro non di rado vennero impiegate anche dai governi per sostenere la finanza pubblica.

Con importanti eccezioni, l’approccio a questo patrimonio di fonti è stato spesso funzionale allo studio dei fenomeni economici nella loro dimensione collettiva; assai meno alla storia economica della Chiesa. Una ermeneutica di questo tipo è inevitabile quando si intendono analizzare le realtà antecedenti il XIII secolo, in virtù del quasi virtuale monopolio culturale e archivistico del mondo ecclesiastico e religioso; lo è meno quando i periodi indagati riguardano i secoli successivi, per i quali le fonti prodotte dal mondo laico tendono a crescere in maniera assai significativa. Eppure tutti gli studiosi dovrebbero avere la consapevolezza, almeno a livello teorico, che gli amministratori di vescovadi, abbazie, conventi e ospedali agissero sul mercato appoggiandosi idealmente a un insieme di principi etici e a complessi valoriali che non potevano essere i medesimi coltivati dalle aristocrazie rurali, per non parlare di quelli nutriti da imprenditori manifatturieri o dai mercanti-banchieri che agivano in contesti urbani di rilievo. L’obiettivo al centro del progetto è invece valorizzare la documentazione economico-patrimoniale conservata dalla Chiesa per studiare il soggetto produttore di questo inestimabile patrimonio di fonti.

Il presente progetto, focalizzato sull’Italia, si pone nel solco delle più recenti indagini volte a indagare il rapporto tra la Chiesa e la ricchezza: da un punto di vista prettamente economico, ma anche sociale, giuridico, politico e culturale, in una dimensione diacronica che va dagli ultimi secoli del Medioevo sino al Novecento. Gli ambiti sui quali si appunterà l’indagine del gruppo di ricerca saranno i seguenti.

  • Analisi della consistenza e dei criteri gestionali dei patrimoni degli enti ecclesiastici, degli istituti religiosi e dei “luoghi pii”, mediante il ricorso a una documentazione di tipo amministrativo, gestionale e contabile che permetta un proficuo confronto con le pratiche abituali del coevo mondo laico. Questa linea di indagine prediligerà le maggiori realtà urbane della Penisola per i secoli del tardo Medioevo e del Rinascimento. Inoltre verrà dedicata una speciale attenzione al rapporto tra cultura umanistica, mondo religioso e saperi tecnici, sulla linea di quanto avviato recentemente dall’investigatore principale (Tognetti 2020 e 2022).
  • Valutazione della ricchezza della Chiesa nello specchio della produzione di documenti, della creazione e della conservazione di archivi. In questo ambito saranno sottolineati i rapporti tra patrimonio, diritti, identità e memoria. L’attenzione che in età medievale gli archivi ecclesiastici, definiti da H. Bauthier come arsenal de l’autorité, manifestano verso la conservazione dei titoli attestanti proprietà e privilegi, si intensifica nella prima età moderna attraverso il recupero di documenti, la copia ma anche la creazione di falsi, per riempire i vuoti documentali causati dall’incuria e dalle calamità. Un focus particolare sarà dedicato alle politiche e alle attività di recupero, copia e conservazione delle carte attestanti la ricchezza dell’Arcidiocesi di Cagliari tra tardo Medioevo ed età moderna.
  • Analisi dei riferimenti simbolici alla ricchezza patrimoniale e alla sua gestione nel sistema di valori delle comunità religiose e degli enti ecclesiastici. Da un lato, la corretta gestione come strumento e metafora della responsabilità del buon pastore – così come, al contrario, il disordine del patrimonio come quintessenza della corruzione morale. In questo caso si studierà la letteratura canonistica e l’auto-rappresentazione della Chiesa tra Medioevo e piena età moderna. Dall’altro, la committenza artistica quale veicolo di evangelizzazione e glorificazione della Chiesa in epoca moderna, quando, secondo dinamiche illuminate dai seminali studi di F. Zeri, la frattura religiosa fra cattolicesimo e protestantesimo rende particolarmente significativa la traduzione delle ricchezze monetarie in forme d’arte di forte rilevanza pedagogica all’interno dell’Europa cattolica.
  • Studio della proprietà della Chiesa come chiave per intendere i rapporti tra autorità ecclesiastiche e poteri secolari nell’età moderna fino alla stagione dei concordati nell’Italia del XIX secolo, con i suoi influssi anche di lungo periodo sul dibattito politico sino al Concordato del 1929. Una questione che diventa nevralgica soprattutto in merito al ruolo delle commissioni miste (secolari ed ecclesiastiche) a cui era affidato il controllo sull’amministrazione dei beni patrimoniali di proprietà delle diocesi. Col passaggio dagli stati pre-unitari al Regno d’Italia, il tema sarà oggetto di intensi dibattiti, alla luce della necessità di uniformare la normativa diversamente disciplinata dai concordati siglati tra XVIII e XIX secolo. Il concordato del 1929 rappresenta una significativa cesura per quanto riguarda la “questione romana” anche sul piano dei beni ecclesiastici, perché diviene elemento di sintesi sul terreno concreto nel rapporto fra Chiesa e Stato, dopo le lunghe discussione dell’intera età liberale sino al primo Dopoguerra

Uno degli elementi qualificanti del progetto consisterà nell’essere condotto in una chiave programmaticamente diacronica, grazie alla sinergia di studiosi dell’età medievale, moderna e contemporanea. Data infatti la peculiare situazione istituzionale e archivistica della documentazione della Chiesa quale soggetto istituzionali di lunghissima durata, le tipologie, i linguaggi e i caratteri della gestione patrimoniale si possono intendere solo risalendo alle pratiche più antiche, spesso perpetuate per secoli, e quindi un dialogo serrato tra specialisti di diverse epoche è indispensabile.