Le fonti prodotte e conservate dagli enti ecclesiastici e religiosi (tra cui anche confraternite e ospedali, un tempo disciplinati dal diritto canonico) hanno rivestito un’importanza capitale per la storia economica e sociale dell’Europa pre-industriale, in sommo grado per l’Italia, che sino al XVI secolo fu il cuore della Cristianità occidentale (Cipolla 1988; Cammarosano 1991). L’approccio a questo patrimonio di fonti è stato spesso funzionale allo studio dei fenomeni nella loro dimensione collettiva; assai meno alla storia degli enti di per sé. Nondimeno, gli amministratori di istituzioni ecclesiastiche e “luoghi pii” agivano sul mercato con criteri diversi da quelli seguiti dalle aristocrazie laiche e dai ceti imprenditoriali. A ciò si aggiunga il peculiare regime giuridico che inquadrava i patrimoni di questi enti. Nell’Italia di età moderna esso sottraeva al mercato un’ampia porzione della ricchezza immobiliare; per questo le “soppressioni” e le confische ottocentesche dovettero avere impatti economici non marginali.
Dagli anni ’90 del XX secolo si è cominciato a riflettere su quantità e qualità della ricchezza della Chiesa e sulle modalità amministrative e gestionali del suo patrimonio. Nel 1997 il CISSA di Pistoia organizzava un convegno su Gli spazi economici della Chiesa nell’Occidente mediterraneo (secoli XII-metà XIV); nel 2003 l’Associazione italiana dei professori di storia della Chiesa promuoveva un incontro sul tema Chiesa e denaro tra Cinquecento e Settecento: possesso, uso, immagine.
Da una parte si è analizzato il ruolo dei grandi monasteri nel loro rapporto con risorse e ambienti rurali nel contesto economico e demografico dei secoli XII-XV (Salvestrini 1998), mentre per l’età moderna l’interesse si è focalizzato soprattutto su “l’uso del denaro” da parte dei “luoghi pii” (Garbellotti – Pastore 2001). Momenti di forte connessione tra sfera etico-religiosa da una parte e questioni economico-sociali dall’altra sono stati stabiliti da alcuni recenti filoni di studi. Il primo, riguardante il tema del “Welfare prima del welfare”, è incentrato sulla storia dell’assistenza e degli ospedali fra basso Medioevo e Rinascimento (Gazzini e Olivieri 2016; Piccinni 2020); il secondo ha a che fare con il ruolo svolto dai Monti di Pietà e da istituti assimilabili nell’Italia dei secoli XV-XVIII (Muzzarelli 2001; Delcorno e Zavattero 2020); il terzo concerne il rapporto tra Chiesa e mercato, tra meccanismo della produzione e dello scambio da una parte e teologia e diritto canonico dall’altra (Todeschini 2002 e 2021; Prodi 2009).
Per l’età preunitaria gli studi si sono concentrati sulla gestione patrimoniale delle mense diocesane. Il caso del Granducato di Toscana risulta emblematico alla luce del lascito del giurisdizionalismo settecentesco (Lupano 2015). La patrimonialità ecclesiastica resta centrale nel dibattito storiografico sull’età liberale, in quanto risentirà del cleavege Stato/Chiesa ereditato dal Risorgimento (Pertici 2009).
